pretty vacant

non so se lo sapete, ma addormentarsi in una notte afosa con in corpo una birra media e un negroni e mezzo non è facile. nonostante la sonnolenza della mente e il rilassamento generale del corpo manca quel fattore x che ti porti nel paese dei sogni.

rimani li a galleggiare tra sogno e realtà, come una barca di pescatori che ha perso i rami.

ho provato a mettere su della musica, che da sempre è la mia alleata nella ricerca di quel giusto sonno, o sonno dei giusti. la pennichella del pomeriggio, specie di estate, è scandita da una colonna sonora che suona sottovoce nelle mie orecchie.

cosa metto? lancio spotify e scelgo la compilation punk. si, il punk come lo ska mi piacciono e ieri sera avevo voglia di una musica che mi piacesse e non mi fosse di intralcio nell’elaborazione, difficoltosa, delle mie sensazioni.

così, in ordine casuale, ecco che suonano i sex pistols, i ramones, i clash e altri gruppi che non conosco. è bello lasciarsi andare e rimanere lì, immobile, a sognare ad  occhi chiusi

 

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l’inizio di una storia inventata

sotto l’ombra dell’ampio ombrellone si sta d’incanto. il calore della spiaggia rimane all’esterno di questo cilindro protettivo. la sabbia ha un colore così chiaro da rasentare il bianco. se guardo davanti a me vedo la risacca che indietreggia perché è iniziata la bassa marea e, pochi metri più avanti, un gruppo di gabbiani galleggia placido muovendosi al ritmo delle onde sonnacchiose.

si, farei volentieri una pennichella, ma non voglio perdermi questo momento che è perfetto. se il sole reclama il suo potere la brezza che arriva dal mare lo sconfigge e mi lascia provare una sensazione di freschezza insperata.

guardo alla mia sinistra: emme sdraiata a pancia in giù ha appoggiato il viso sulle braccia incrociate. sembra assopita ma non lo è: attraverso la montatura degli occhiali da sole scorgo il bianco delle pupille.

“non dormi?”

“poco. non sono riuscita a trovare il sonno giusto. e tu?”

“non ci ho manco provato. volevo leggere qualcosa ma ho lasciato stare”

“perché?”

“perché ho iniziato a guardare il mare che mi ha guardato a sua volta e ipnotizzato.”

i gabbiani intanto sono volati via per atterrare qualche metro più in là. avranno intravisto qualche pesce imprudente che si è azzardato ad avvicinarsi a riva.

ritorno a guardare emme che in tanto si è seduta a gambe incrociate, come gli indiani.

“che libro hai portato?”

le mostro la copertina

“l’ho letto. bello. vuoi che ti dica il finale?”

“non provarci neppure.”

mi sorride: so che stava scherzando. io no, spaventato da perdermi il gusto di scoprire il colpevole.

mi viene in mente un’idea.

“E se ti raccontassi una storia ti andrebbe bene lo stesso?”

“una storia. che storia?”

“una che mi  invento sul momento.”

mi guarda come dire: ma questo è scemo.

“Si, dai, lasciami improvvisare…”

“va bene. basta che sia una bella storia e non una del terrore.”

“tranquilla. starò attento a non inserire vampiri e fantasmi.”

emme sorride e si siede meglio, in attesa che io inizi.

mi prende qualche secondo di terrore mi chiedo: “ora da dove inizio?”

“‘mbè?”

“un attimo.”

l’idea mi arriva all’improvviso, come al solito.

“in un vicolo del centro di siviglia c’è un bar che pochi conoscono, frequentato solo dalla gente che vive nel rione. al tavolo situato nell’angolo più lontano dall’ingresso siede diego che sta bevendo il suo secondo bicchiere di birra, quando….”

la mia vita con emme (continua)

mentre sto guidando verso torino mi volto a guardare emme alla mia destra. sta guardando fuori dal finestrino con il braccio destro teso e la mano che gioca con l’aria a 100 all’ora. l’autostrada è deserta. all’orizzonte l’asfalto tremola. la macchina mangia i chilometri come se fossero fatti di pane e nutella.

a cosa stai pensando, emme? mi chiedo. non posso leggerti nella mente ma so che stai pensando a qualcosa di bello. il tuo viso è sereno e gli occhi che guardano all’infinito sono belli.

ritorno a guadare la strada. effettuo un sorpasso facile, liscio e senza rallentamenti. l’aria che entra dal mio finestrino è calda e sento la fronte imperlata di sudore.

emme siede comoda sul suo sedile. i lunghi capelli si muovono come onde burrascose. quando una ciocca le cade sul viso la scosta con un gesto lento, misurato.

a cosa pensi adesso? io sto pensando ai due giorni passati assieme a quanto sono stati belli e importanti.

ripenso al padrone della cantina che siamo andati a visitare. ci ha fatto fare un lungo giro lungo le sue proprietà. ci ha offerto delle fragole buonissime che a suo dire erano di scarto. ua di quelle fragole valeva da sola un cestino comprato al mercato. sempre il padrone ci ha ricordato più volte che è vice sindaco del paese: come se fossimo in campagna elettorale e noi fossimo i suoi potenziali lettori

ripenso alla coppia improbabile composta dal romano borgataro che si fa figo con la camicia fuori dei pantalone e l’aspirante diva della televisione che si è rifatta gli zigomi e le labbra alla pirelli

ripenso alla cena favolosa e di qualità dove i sapori si sono armonizzati senza che ce ne rendessimo conto e dove al tavolo con emme abbiamo parlato, tanto e tanto.

ripenso alle langhe e ai suoi panorami mozzafiato, alle sue colline e ai filari di vigne che la disegnano, lato per lato

, al banco dove abbiamo comprato formaggio il cui padrone si è rivelato una persona cosi gentile che mi veniva voglia di abbracciarlo

ripenso al barolo che abbiamo bevuto comodamente seduti all’ombra, circondati da clienti rumorosi che urlavano anziché parlare. il vino sapeva di buono e non c’è migliore descrizione.

ecco, siamo a un chilometro dal casello. si vede la collina di torino e uno dei due grattacieli che sono stati innalzati di recente.

guardo emme. si volta e mi sorride. le sorrido. è un dialogo senza parole. nei nostri occhi ci sono domande e risposte. il tempo è il nostro alleato migliore

sideways

oggi si va in gita nelle langhe. è il weekend delle cantine aperte ed è una buona occasione per passare il fine settimana lontano dal caldo afoso della città.

l’idea è stata di emme e ovviamente non potevo dire di no

già ci vedo alle prese con calici e alambicchi a sorseggiare i vini della zona: dolcetto, nebbiolo, barbera e dolcetto.

saremo immersi nella natura che si stende lungo le colline millenarie, descritte in tanti libri che ho letto. uno su tutti “l’ombra delle colline” di giovanni arpino.

la foto che ho sul blog è stata scatta in quelle zone, in mezzo alle vigne di barbaresco, mentre prendo il sole dopo una mezza maratona. è una bella foto cui tengo molto.

scarpe comode e zainetto in spalla.

pronti per partire…

 

la mia vita con tom ed emme (continua)

ritornati a casa dopo il giro in centro, io ed emme ci siamo messi a sedere sul divano  blu a riposare. abbiamo camminato molto, lungo le vie dei negozi alla ricerca di un paio di scarpe per eli e di una giacca estiva per me. siamo entrambi difficili e c’è voluto tempo prima di trovare ciò che ci piaceva. contenti per il bottino raccolto siamo tornati verso casa tenendoci per mano e stringendo orgogliosamente ognuno il proprio sacchetto.

“ti va una birra?”

emme risponde di si. mi alzo e apro il frigo: il ripiano in basso è sempre dotato di birre. mi piace essere previdente. prendo le due birre ed entro in cucina per stapparle. prendo i nostri bicchieri (si, abbiamo i nostri bicchieri della birra, oggetti vintage anni ‘60) e li riempio con la birra bella fredda.

mi giro verso il salotto e rimango a bocca aperta.

emme mi guarda e mi fa segno di stare zitto mettendo l’indice davanti alle labbra. sulle sue gambe tom, il riccio magico, si è accoccolato e si prende le carezze che emme fa alle sue setole iridescenti.

poso i bicchieri di birra sul tavolino e con attenzione mi siedo vicino a lei. tom non si muove nè apre i suoi occhietti color rubino. la mano di emme continua ad accarezzarlo, lieve.

“ma?”

“è apparso all’improvviso: ho sentito come un formicolio sulla gamba ed era lì.”

“non ti sei spaventata?”

“beh…. no. è stato tutto così veloce. mi ha guardato giusto un attimo e si è rannicchiato.”

emme mi sta sorridendo: sono sicuro che sente la presenza di tom, rassicurante nonostante le sue dimensioni ridotte. un riccio magico ha tanti poteri: uno di questi è di ingenerare sicurezza nelle persone che lo hanno accanto o a contatto, come emme in questo caso.

allungo le braccia e prendo i due bicchieri. sono dei calici con tanto di maniglia che fa oktoberfest. li impugniamo e con un sottile “ding” li accostiamo senza disturbare tom.

“ci voleva” le dico con la schiuma che mi rimane sui baffi. emme con delicatezza la toglie.

tom nel frattempo si è svegliato. mi guarda con gli occhi da furbetto. vedo le setole che iniziano a vibrare e avverto emme: “allontana la mano: sta per saltare”

un paio di secondi dopo ecco il “puff!” che conosco bene. sulla gamba di emme il residuo di salto quantico si deposita luccicando per infine sparire.

“che bello!”

“conosco la sensazione. la sentirai per un po’… ascolta!”

dalla camera da letto arriva il ticchettio delle zampine di tom sul palchetto.

“sta andando in cuccia. lasciamolo riposare.”

“certo che è un pigrone, un po’ come il suo padrone”

“chi? io pigrone?”

“si tu, che lasci la tua forma sul questo divano e ti vanti di fare delle pennichelle eterne.”

la guardo facendo finta di essere offeso.

emme rimane perplessa per poi ridere

“ma sei un deficiente!”

“e allora’ è forse un problema?”

“Mannò. dai abbracciami.”

mi accosto e allungo il braccio destro.

“appoggiati pure”

rock and roll will never die

sabato pomeriggio nel centro di torino: fa bello e c’è tanta tanta gente a passeggiare. fa anche caldo e i coni gelati si sprecano. i più arditi girano con un cartoccio di patate fritte olandesi. mi chiedo chi glielo fa fare.

esco dalla mostra fotografica della magnum per dirigermi verso piazza castello. da lì voglio prendere via garibaldi e andare a fare shopping.

lungo via carlo alberto mi rinfresco all’ombra dei palazzi. dopo il caffè mi accendo una sigaretta e passeggio lentamente, con le cuffiette ben salde nelle orecchie. schivo un paio di ciclisti e slalomeggio come il miglior alberto tomba. guardo le persone sedute ai tavolini a bere birre e spritz. una una volta, e non tanto tempo fa, la loro vista mi avrebbe fatto provare la solita sensazione di disagio. ora li guardo e dentro sento solo serenità. la mia mente vola e immagina che presto saremo io ed emme seduti li a bere e chiacchierare al fresco. saremo noi ad osservare i passanti commentando i loro aspetti curiosi e non i passanti ad osservare noi.

arrivo in piazza carlo alberto dove sulla destra hanno allestito un banco che promuove il turismo a barcellona. si, come se ce ne fosse bisogno. c’è una bella fila di persone mi avvicino, curioso, per capire cosa succede. l’arcano si svela immediatamente: birra catalana gratis. non me lo faccio ripetere due volte e accetto il bicchiere che mi viene offerta.

glu, glu, glu. una libidine!

attraverso piazza castello e imbocco via garibaldi che è un fiume in piena di persone. siccome la confusione a volte mi da fastidio cerco di camminare lungo le vetrine per evitare di cozzare contro ragazzini al cellulare o algide signore con cagnolino isterico al seguito.

all’improvviso nelle orecchie sento l’inizio di questa canzone. mi fermo un attimo e sistemo meglio gli auricolari. mi metto da parte e l’ascolto con attenzione: attorno a me il mondo si dissolve e rimango immerso in un mondo fatto di sensazioni e immaginazione.

è il mio momento magico: mi sembra che questa canzone sia stata scritta apposta per descrivere come mi sento.

non mi resta che andare alla fermata del tram e ritornare a casa, con il mio bel sacchetto di tezenis pieno di magliette e boxer. sarà una serata di relax dedicata ad un nuovo manga giapponese su netflix.

per la cronaca a metà del film dormivo