alta felicità

IMG_7162.jpgerano ormai dieci minuti che paolo stava guardando il tetto della tenda e i giochi d’ombra dei raggi lunari. si era svegliato sentendo erika tossire due volte. l’aveva guardata e accarezzata piano. conosceva bene il rumore del suo respiro mentre dormiva.
non pensava che avrebbero fatto l’amore quella sera, in tenda. eppure era capitato, come spesso succedeva, senza preavviso. si erano sdraiati, esausti dopo il lungo concerto, con l’intenzione di dormire. dalle carezze erano passati ai baci e dai baci erano passati al cercarsi avidamente, rubandosi a vicenda il piacere che li aveva portati al alla fine al sonno che cercavano.
paolo si alzò: visto che non riusciva a dormire tanto valeva fare due passi. uscì dalla tenda e si accese una sigaretta. il prato era una distesa di tende colorate, sagome indistinte che gli ricordavano una spiaggia di dune che aveva visto in un documentario. in lontananza si vedevano due puntini rossi intermittenti: sicuramente altri ragazzi insonni che cercavano il relax fumando. oppure degli irriducibili che volevano fare l’alba e osservare il sole che saliva lungo le montagne.
l’idea di andare al festival e campeggiare era nata in un attimo. avevamo visto un cartellone pubblicitario. che ne dici se ci andiamo? aveva detto erika. attrezzati di tutto punto erano partiti la mattina presto e arrivati sul posto montato la tenda.
per entrambi era la prima partecipazione a questo raduno di tre giorni, motivato dalla protesta contro i lavori di costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità che non avrebbe portato benefici alcuno, a parte agli speculatori che avevano investito milionate di euro.
IMG_7147.jpgla valle sarebbe stata deturpata, gli abitanti avrebbero visto le loro terre rovinate e deprezzate, l’inquinamento sarebbe salito a livelli pericolosi e la dignità di chi vive li da sempre calpestata in nome di un’idea ormai obsoleta e non più vincente.
soldi sprecati così come risorse preziose in nome di un progresso che anziché andare avanti avrebbe fatto un passo indietro.
paolo, così come erika, non si aspettavano di trovare un ambiente così sereno e tranquillo. non c’era un poliziotto, non si vedeva da nessuna parte l’ombra di una autorità minacciosa.
ad ogni angolo vedevano solo giovani e non più giovani parlare serenamente o ascoltare la musica dei gruppi che intervenivano a sostenere l’iniziativa. una musica che a paolo piaceva, lui non amante della musica italiana.
durante il concerto serale aveva detto ad erika che questi gruppi non sarebbero mai andati in tv, perchè non allineati e non sono sponsorizzati.
finita la sigaretta paolo entrò in tenda. il rumore lontano di un camion gli fece pensare al suo guidatore, che vedeva il mondo attraverso i fari del suo camion. una visione spettrale, che forse lo teneva al riparo dalla realtà del giorno.
si rimise sotto il sacco a pelo quando erika lo accarezzò

dove sei stato?
sono uscito a fumare.
non riuscivi a dormire?
no.
dai, abbracciami

la signora dei cani

nella zona dove abito mi capita ogni tanto di vedere una signora anziana portare a spasso dei cani. ha una figura esile e i capelli bianchi. ma il suo aspetto non deve trarre in inganno: quando attraversa la strada per andare al giardinetto, tiene ben saldi i guinzagli in modo che i cani non possano scappare.
questi ultimi tirano come ossessi con la conseguente camminata a scatti della loro padrona.
giusto ieri mattina che facevo colazione sul balcone, ho visto la signora dei cani passare sotto il balcone. ho contato sette cani al guinzaglio, che la circondavano a 360 gradi.
deve avere una bella voglia questa donna per stare dietro a tutti quanti. non so dove abita, se in alloggio o se ha un giardino cui accedere. rimane un impegno non comune.
mi ricordo angela, l’amica dei miei, con casa piena di gatti che trovava in giro e portava a casa per curarli. quando andavo a trovarla ce n’era sempre un nuovo arrivato che mi presentava con i suoi modi gentili
li trovavi sul termosifone a godersi il caldo, sul pensile ella cucina in attesa della pappa, fuori sul balcone a poltrire. le facevano compagnia e lei ne faceva a loro prendendosene cura.
ce ne fossero di più di persone come angela o come la signora dei cani, disposte a dare affetto e amore senza riserve

babbolat

ieri sera mio padre non ha perso l’occasione di mostrarmi, tutto contento, la sua nuova racchetta da tennis.
ero lì per la cena settimanale con i miei e una volta finito di mangiare siamo andati nel salone. papà ha preso la custodia della racchetta e l’ha tirata fuori come se fosse lo scettro di un antico re sumero.
prova, mi ha detto.
ho preso la racchetta in mano e sono rimasto stupito dalla sua leggerezza. quando giocavo a tennis le racchette erano più pesanti. quella di ieri sera sembrava fatta di aria.
bella, gli ho detto restituendola.
papà l’ha presa e ha iniziato a tirare diritti e rovesci nell’aria, come se fosse a wimbledon.
non gli ho detto che solo due settimane fa si è fatto male alla spalla destra perché aveva esagerato tra tennis e palestra. ho dovuto metterlo a posto in quanto non era in grado di sollevare il braccio. vederlo così soddisfatto mi ha impedito di alzare il dito e ricordargli l’incidente appena trascorso.
oggi ci sarà la prova sul campo. mi aspetto che la prossima volta che lo vedrò tesserà le lodi della racchetta e mi dirà che non si era mai trovato così bene.
lo fa tutte le volte ad ogni racchetta nuova.

colazione

vorrei trovarti
dalla tua parte del letto
quando mi sveglio
vorrei alzarmi
per andare in cucina
a preparare il caffè
vorrei uscire sul balcone
per aprire il tavolino
che mi hai regalato
vorrei svegliarti con un bacio
per farti sapere
che stanotte ti ho guardato dormire

viola

perché ti sei seduta su questa panchina?
ti ho notata prima, mentre camminavi dall’altro lato del viale
i tuoi capelli viola sono un colpo di colore che si stacca dal verde degli alberi.
ora che sei qui vicino ho notato il tuo piercing al naso.
indossi una maglietta bianca con righe nere orizzontali che ti sta male addosso e ti deforma
i jeans strappati alle ginocchia fanno capire che la tua pelle è chiara.
sei truccata pesante, con gli occhi cerchiati di nero e il rossetto scuro
ti accendi una sigaretta e inizi a fumarla nervosa, sbuffando il fumo verso l’alto.
chi stai aspettando?
sul cellulare non trovi nessun messaggio. lo controlli ogni dieci secondi.
sarà un’amica o il tuo ragazzo?
io continuo a leggere e ti lascio tranquilla immersa nei tuoi pensieri.
riprendi in mano il telefono e scrivi un messaggio.
il piede sinistro batte nervoso sulla ghiaia.
prendi un’altra sigaretta. provi ad accenderla ma l’accendino è scarico. prendo il mio dalla tasca e te lo passo.
lo prendi dicendo grazie a bassa voce.
me lo restituisci ma ti dico di tenerlo. ne ho un altro con me.
arriva un messaggio e prendi il cellulare al volo. lo leggi e sbuffi. non era il messaggio che aspettavi? no, se rimani seduta.
accavalli le gambe ti siedi comoda. guardi dentro la borsa alla ricerca di qualcosa che non trovi.
poi ti alzi, come se la panchina avesse preso fuoco all’improvviso. cerchi qualcosa con lo sguardo e ti incammini a passi svelti.
ti guardo mentre ti allontani fino a quando non sei più visibile.
riprendo il libro in mano.
prendo dallo zaino una matita e sulla pagina aperta scrivo: “buona fortuna ragazza dai capelli viola. “

Portrait

danae-1908.jpgDanae si sdraiò sul lettino, coperta solo da un telo bianco. Il contatto con il freddo del pavimento l’aveva fatta rabbrividire, ma le disposizioni che aveva ricevuto erano chiare: doveva entrare nella stanza senza niente addosso, tranne che per il telo che aveva trovato nel piccolo spogliatoio, e con i lunghi capelli ramati capelli sciolti.
Dalla sua posizione, Danae riusciva solo ad intuire le dimensioni della stanza. La luce proiettata dalle due lampade a parete era debole. Sopra la porta dalla quale era entrata c’era un faretto spento.
Una voce maschile, profonda, ruppe il silenzio.
“Come ti senti? Sei a tu agio?”
“Si, grazie. Va tutto bene.”
La voce non aggiunse altro e il silenzio ritornò.
Poteva sentire il suo respiro. Il petto si sollevava mettendo in evidenza i suoi seni. Pensò che da quella angolazione i suoi capezzoli assomigliavano a due piccole ciliegie.
Nella mail che aveva ricevuto dall’uomo misterioso le istruzioni erano state chiare e non aveva avuto difficoltà ad impararle a memoria. Sapeva che avrebbe dovuto aspettare, nuda e supina, il segnale.
Il faretto sopra la porta si accese, proiettando un cono di luce bianca su di lei. La luce era bianca, tagliente. Le sembrava di sentirla cadere sul suo corpo, come un liquido privo di calore.
Mosse da parte il telo e lo lasciò al fondo del lettino badando a che rimanesse spiegazzato e sollevato rispetto al materasso. Si ravvivò i capelli. I riccioli lunghi le caddero sulle spalle e ne aggiustò le punte in modo che le circondassero il collo.
Si sorprese a non provare vergogna né imbarazzo per quello che stava facendo. In fondo stava solo recitando il ruolo di una modella di un secolo prima che aveva posato per il suo amante e pittore.
La voce la chiamò: “Danae, ora girati e mettiti in posa.”
Non l’aveva chiamata per nome. Questo, la rassicurò, dandole l’idea di un muro invisibile che la voce non avrebbe mai scavalcato lasciandola intatta.
Si sdraiò sulla schiena e poi sul fianco sinistro, facendo attenzione a non schiacciare i capelli dietro la testa e disponendoli come una cornice di fuoco attorno al suo bel viso. Unì le gambe e piegò le ginocchia portandole verso il busto. Infine, voltò il viso e il busto verso destra, in modo che il suo seno fosse in vista e la centro della luce. Socchiuse la bocca in un sorriso di felicità e chiuse gli occhi.
Il quadro era stato ricreato.
La voce parlò dopo qualche minuto. Il tono era freddo.
“Bene. Grazie. Può bastare. Troverà il suo compenso nello spogliatoio.“
Il faretto si spense. Si alzò e con calma e uscì dalla porta. nello stanzino ritrovò i suoi vestiti come li aveva lasciati e la busta con i contanti. Si rivestì senza fretta e mise la busta nella borsetta.
Uscita dallo spogliatoio camminò lungo il corridoio che aveva percorso al suo arrivo fino al portoncino d’ingresso. Lo aprì e uscì in strada. La luce del giorno era forte per la sua vista che si era abituata alla penombra. Il rumore della strada, fatto di voci e traffico, la riportò alla realtà.