cartoline dal mare

lunedi 27 febbraio 2017, notte

che bella mangiata stasera: cotoletta impanata di tacchino con verdure pastellate. ci voleva perchè avevo proprio voglia di “scofanare” qualcosa di bello intenso.

la sazietà dello stomaco è qualcosa che cerco come sensazione rassicurante. chiedere ad una persona se ha mangiato è come dirgli ti voglio bene, ho cura di te. prendo cura di me stesso preparandomi da mangiare piatti succulenti

ieri sera ad esempio mi sono preparato i noodles alle verdure. un esperimento basato sui noodles che mangio alla stazione centrale di milano quando ci vado per qualche mostra. visto che tra poco aprirà quella dedicata a keith haring credo proprio che ritornerò al noodles restaurant

perchè insistiamo a tenere vicine a noi delle persone che non ci fanno del bene? ecco la domanda di oggi cui non ho dato ancora una risposta. me lo sono chiesto più volte mentre lavoravo alle mie tabelle excel. una ragione può essere che quelle persone ci ricordano un passato più o meno felice cui non sappiamo rinunciare. sono delle cartoline che guardiamo con nostalgia leggendo sul retro saluti da riccione, agosto 1978.

oppure su queste persone riversiamo quell’orgoglio che ci impedisce di ammettere che non sono più strade percorribili e che la loro funzione sul nostro cammino si è esaurita. non è colpa nostra a pensarci bene: non sono torce elettriche che abbiamo consumato leggendo libri sotto le coperte per non disturbare.

dobbiamo tenere presente una cosa: il comportamento di chi conosciamo non dipende da noi; non siamo noi ad influenzarlo.

allora perchè permettiamo a loro di influenzare il nostro?

 

dedicato a chi un giorno mi ha aperto gli occhi con il suo buon senso

la mia vita con tom (seguito

domenica 26 febbraio 2017, pomeriggio

ho scoperto che tom, il riccio magico, ha un altro potere oltre a quello di muoversi nello spazio su piccole distanze.

è successo tutto ieri sera. ero al computer a scrivere e come mio solito avevo lasciato il telefonino alla mia sinistra. lo tengo sempre su silenzioso con vibrazione. di suonerie brutte e assurde ce ne sono fin troppe e non mi va di mischiarmi alla massa con suonerie di rock progressivo che nessuno conosce.

per farla breve sento il telefonino vibrare e in automatico allungo la mano sinistra per prenderlo. inmaginate la sorpresa di sentire sotto il palmo della mano il contatto tiepido con gli aculei di tom.

il furbetto se ne stava sopra lo schermo a tremare assieme alla vibrazione del guscio del telefono. l’ho preso delicatamente e l’ho spostato per prendere in mano il cellulare e leggere il messaggio. ho risposto e messo giù senza pensarci più su.

pochi secondi dopo arriva la risposta unita alla vibrazione e questa volta prima di afferrarlo guardo: tom era salito di nuovo sopra con gli aculei che tremavano tutti, come se fossero scossi dall’elettricità.

mmmh mi dico. qui bisogna fare un esperimento. prendo il telefonino e lo metto sul letto, lontano dalla scrivania e lascio tom vicino alla tastiera, che guarda con curiosità

mi scrivo una mail e aspetto di vedere cosa succede.

tom si volta di scatto, veloce solo come i ricci sanno fare, e punta il cellulare. puf! sparisce lasciano l’alone di energia quantica e in un attimo ricompare sopra il telefono nel momento esatto in cu vibra. mi guarda e mi sorride, con quel sorriso solo suo che ho imparato a riconoscere.

ah, ti piace giocare? allora giochiamo.

riprendo il cellulare lo metto a terra, mi siedo al pc, scrivo la mail e la invio. puf! e ri-puf! tom vibra di nuovo.

allora lo prendo con le mani e lo porto vicino al viso. il suo musino a pochi centimetri dal mio naso

ma la vuoi smettere di giocare? gli dico cercando di essere serio. non cel faccio, ovviamente, e rido mentre escono le parole.

tom sbadiglia piano, allargando le fauci (si chiamano così anche se sono poco più grosse di un ditale da cucito). ho capito che è stanco. i salti nello spazio lo stancano. lo appoggio a terra con attenzione e lo vedo dirigersi nella cuccia, la scatola di scarpe argentata. abbassa la porta levatoio e d entra dentro. la porta si chiude alle sue, diciamo, spalle e tutto tace.

be’ è stata una bella scoperta. non è facile avere un riccio magico in casa specie se sa sentire avvenimenti in arrivo nel futuro immediato.

ma non è facile avere cura di un animale se gli si vuole bene come ne voglio ioa tom. occorre amore, pazienza, dedizione, saggezza e una dose di disincantato umorismo per ridere dei suoi scherzi da furbetto.

 

end of a day

sabato 25 febbraio 2017, notte

stamattina avevo sonno, oggi pomeriggio ho dormito, adesso ho sonno. è stata una giornata contraddistinta dalla sonnolenza. a volte mi capita: non riesco a svegliarmi del tutto e rimango con un sospeso dentro che non mi fa spiegare le vele al vento come vorrei.

credo sia in questo stato di torpore da cercare il motivo per cui la giornata non mi ha soddisfatto pienamente.

contavo sul film jackie per portare a casa una sensazione di soddisfazione e invece sono uscito dal cinema non contento come avrei voluto.

mi sono consolato con un bel piatto di spaghetti alla amatriciana in centro, e una bella fetta di viennetta arrivato a casa.

penso ora ad amatrice, il paese terremotato, dove sono stato tre volte a mangiare la vera amatriciana, quella originale e super classica.

chissà ora in che condizioni è quel paese e come vivranno i suoi abitanti. qui a torino abbiamo vissuto solo l’eco di una tragedia continuativa.

anni fa scesi in abruzzo per il terremoto che colpì l’aquila. dormimmo in cucina con le borse pronte per uscire e le chiavi nella toppa per aprire al volo in caso di ulteriori scosse. eppure quella notte assieme all’addiaccio sul pavimento fu una notte particolare.

darò retta al sonno e mi metterò a letto a leggere. quando le palpebre caleranno pesanti poserò tutto e spegnerò la luce.

fine della giornata

 

wake up baby, wake up

sabato 25 febbraio 2017, mattina

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risveglio lento, prima una palpebra poi l’altra. dalla strada i soliti rumori e voci che arrivano dal bare dai negozi. la giornata si anima e io sono ancora nel letto a sonnecchiare.

mi metto in diagonale e stiro le gambe quasi fino a staccarmele. i muscoli ringraziano e decido che è ora di guardare l’ora. prendo il telefono in mano e guardo: le 9.25.

che bello, ho dormito nove ore stanotte: era da un po’ che non accadeva.

si, ma non mi alzo ancora. resto sotto la trapunta e mi metto a pancia in su a pensare. cosa devo fare oggi? mmmm. un bel niente. solo le pulizie in casa.

la pigrizia si fa sentire e mi dice che non ci sarebbe nulla di male a passare la mattina a letto. e brava lei. non gliela posso dare vinta e mi alzo, piano.

mi piace dormire nella penombra: il buio totale ha lo stesso effetto su di me come se fosse giorno pieno: l’assenza totale di luce non mi piace. sono per la mezza luce che ti permette di vedere senza offendere gli occhi già deboli per conto loro.

un caffè! ecco di cosa ho voglia. è lui il primo obiettivo della giornata. mosso il primo passo sarà più facile muovere gli altri

poi una sigaretta sul balcone e poi tutto il resto.

 

every beat of my heart

mercoledi 22 febbraio 2017, notte

 

Senza titolo.jpg

il battito del cuore: ognuno di noi ne ha uno diverso da tutti gli atri. come le impronte digitali ci caratterizza.

risponde alle nostre emozioni interiori e agli stimoli che riceviamo dall’esterno. accelera o rallenta segnando ogni momento della nostra vita.

quante volte ci siamo sorpresi nell’ascoltare il nostro cuore battere? infinite

ci batte nel petto ma lo percepiamo in tutto il nostro corpo: nelle tempie quando abbiamo un’emicrania; in gola quando siamo emozionati; nell’addome quando qualcosa ci affanna o nei polsi quando siamo arrabbiati.

ed è bello sentirlo accelerare quando ci troviamo all’improvviso davanti ad una persona, magari sconosciuta e appena incrociata, che in qualche modo folle ci lascia senza fiato. il cuore, lui da solo, accelera e pompa senza sosta così forte da farci credere che da un momento all’altro uscirà dal petto.

in quell’istante la mente si annebbia e la concentrazione, tutta, si rivolge all’oggetto del desiderio che abbiamo di fronte. è la scala richter della sistole: più aumenta e più siamo preda dell’eccitazione e dell’attrazione. come un terremoto ci sentiamo squassati dentro, le nostre certezze diventano macerie,

siamo inermi di fronte alle accelerazioni del cuore. stranamente le desideriamo per poi rimanerne spaventati. si dice che per costruire occorre prima di tutto demolire.

allora demoliamo e ricostruiamo dandogli ascolto, abbandoniamoci fidandoci del suo messaggio

tum tu… tum tum.. tum tum..

 

 

la mia giornata con tom

martedi 21 febbraio 2017, notte

sono passati tre giorni da quando tom è apparso in casa, in arcadia. per chi non lo sapesse, tom è un riccio magico, piccole e morbido. sta nel palmo della mia mano e non punge affatto. ha un muso piccolo e appuntito che termina con un nasino a dorma di pallina sempre umido, quasi appiccicoso come il tartufo di un cane. gli occhi sferici sono neri, scuro come la notte in fondo a un pozzo, vivi e irrequieti: non stanno mai fermi. così come il nasino che è in continua esplorazione olfattiva.

tom ha un potere, il primo che ho scoperto finora. può muoversi nello spazio in un istante. un attimo è sul letto e un attimo dopo è sul pavimento. oppure è sul tavolo del salotto e subito dopo me lo trovo su di una spalla a farmi il solletico al collo con il suo musetto.

l’ho capito a mie spese quando, dopo averlo lasciato per terra mi sono sdraiato sul divano. pochi secondi dopo ho sentito un peso tiepido leggero sullo stomaco . ho allungato il collo e ho visto che era tom, appallottolato che dormiva, cullato dal movimento addominale del mio respiro sul pavimento rimaneva un alone che è scomparso dopo qualche secondo, come una traccia di energia quantica che vibrava alla luce.

ora che lo so sto attento e faccio attenzione quando non lo vedo più dove l’ho posato. per fortuna dopo un paio di balzi tom si stanca e si addormenta.  mi guarda, sbadiglia e si appallottola tranquillo. per me è anche menefreghista: ho sonno e dormo, che ti piaccia o no.

è anche dispettoso perchè ieri sera in cucina ha mangiato un pezzo cel cracker che stavo sbocconcellando mentre cucinavo. quando ho provato a dargliene un pezzetto con le man lo ha rifiutato: non c’era gusto nel farsi imboccare, avrà pensato; molto meglio rubarlo il cibo. si, ma alle mie spalle?

nella sua cuccia, che è la scatola di scarpe che ho imbottito di paglia e cotone, ci va a dormire di giorno, quando sono via al lavoro. gli ho fatto una porticina a balzo, tipo ponte levatoio. se la porta è su vuol dire che tom è dentro a dormire; se è giù vuol dire che è in giro. ho voluto controllare una volta sola se dormiva per davvero: ho sollevato piano il coperchio. tom dormiva in un angolo sopra il cotone che aveva ammorbidito ed espanso come una nuvola. ho chiuso la scatola con attenzione e l’ho lasciato dormire.

ora è sotto il letto. lo sento camminare veloce, cioè ticchettare con le zampine. starà giocando con le palline di polvere. stanotte andrà in giro, può darsi, oppure dormirà sul comodino, dove l’ho trovato stamattina quando mi sono svegliato. mi sembrava che sorridesse. ma i ricci sanno sorridere?

girardengo

martedi 21 febbraio 2017, mattino

mi ritengo fortunato di non abitare distante dal posto di lavoro. sono poco più di sei chilometri che quando il traffico è scarso manco m accorgo di fare. cosa che al mattino dà fastidio perchè mi porta a pensare: già al lavoro? che palle!

sono ani che faccio la stessa strada. a maggior ragione da quando sono andato a vivere da solo: la strada dove abito confluisce sulla strada principale che diventa la statale che arriva fino a qui, a grugliasco.

il tratto suburbano è affiancato dalla pista ciclabile, che per un paio di anni ho percorso  quando avevo la passione della bicicletta. mi alzavo presto e salivo in sella a pedalare nel freddo della mattina o nel sole dell’alba.

nel mio tragitto in macchina ho un accompagnatore ignaro che da qualche anno percorre la ciclabile a passo regolare. lo incontro all’andata e al ritorno. ho visto che lavora in un’azienda vicina alla mia e visto che lo incontro spesso abbiamo gli stessi orari, più o meno.

lo riconosco da lontano, nella sua posa con il busto rigido e la testa portata in avanti. le gambe si distendono tutte nell’atto del pedalare. il giubbotto che indossa la mattino è rosso oppure bianco.. al pomeriggio, al rientro, lo vedo pedalare con scioltezza, di sicuro con il pensiero rivolto a casa o alle commissioni pomeridiane che lo attendono.

l’ho visto pedalare con la pioggia e con la neve, imperterrito e costante, lasciare l’impronta dei copertoni sul fango e sulla neve.

i nostri incontri per lui inconsapevoli durano lo spazio di un paio di secondi, giusto il tempo di vederlo e ritornare concentrato sulla strada a evitare i camion e i tir.

stamattina la nebbia era di nuovo fitta e non l’ho visto. è facile immaginarlo avvolto di umidità fine spingere sui pedali guardando davanti a se, non vedendo l’ora di arrivare al lavoro e riscaldare le mani gelide.