i due amigos

e così ieri sera la pizza con il gruppo yoga è saltata a causa del temporale e dell’allagamento generale delle strade. con un tempo brutale come ieri sera chi ha voglia di uscire? io no, manco per la minchia

cena a base di paella surgelata e balzo da decatleta sul sofà, nella mia repubblica libera da vincoli ed obblighi di qualsiasi natura. in questo luogo grosso come un tre posti vale tutto.

apro il sito di netflix e ohibò cosa vedo? la segnalazione di uno spettacolo teatrale di steve martin e martin short, due dei tre amigos. ullallà, questo ce lo vediamo. il mio istinto multimedialstico mi dice che non mi pentirò.

download.jpgho avuto ragione: per un’ora e mezza circa ho assistito ai numeri di due attori non più giovani che con la loro classe e cultura sanno far divertire senza scendere mai di livello. che bello ascoltare battute intelligenti, doppi sensi che arrivano con il tempo e soprattutto vedere che anche loro due, sul palco, si stanno divertendo.

lo dico qui senza mezzi termini: la comicità stile mai dire goal non mi ha mai entusiasmato, a parte rare eccezioni. passato il vento della novità l’ho vista e ascoltata come troppo ripetitiva e clichettata.

mi piace il comico che sa inventare, che ti strizza l’occhio come a dire questa è per te, che si mette in gioco e non soprattutto non recita a soggetto. la risata deve coinvolgere e deve aprire capillari del cervello, non metterli a dormire riempiendoli di banalità. quando la comicità finisce nello scontato diventa noia e tortura.

viva i tre amigos e viva le gag divertenti

 

 

buongiorno

un bell’incontro

domenica mattina mentre stavo correndo attorno a piazza d’armi vedo con la coda dell’occhio che alla mia destra c’era una tartaruga d’acqua che se ne stava andando in direzione della pista e della strada.
mi sono fermato ad osservarla nel suo incedere sghembo e quando ho visto che puntava proprio alla strada l’ho presa e riportata all’interno del parco, dove c’è uno stagno con tartarughe e papere.
ho aspettato un paio di minuti per vedere se la sua voglia di fuga continuava e solo quando ho capito che puntava allo stagno ho ripreso a correre.
al giro successivo ho controllato se fosse ancora in giro ma non l’ho vista.
so di sicuro di avere rovinato il piano di fuga alla tartaruga ma ero preoccupato di rivederla spiaccicata sull’asfalto.
la voglia di fuggire è sacrosanta ma l’idea di diventare del patè forse non le era venuta in mente.
sarà stata pura curiosità a farla allontanare dal canneto. oppure l’indole da tartaruga esploratrice. un rigurgito di autoaffermazione del tipo: “io prendo il largo e voialtri andatevene tutti a fanculo”? chi lo sa?
l’importante per me è che domenica mattina la tartaruga se la sia cavata. se nel pomeriggio c’è stato un altro tentativo da parte sua non lo so.

l’incontro mi ha fatto riflettere sul significato e sul senso di libertà che tutti noi proviamo. libertà che non vuol dire fare i cazzi che vogliamo a dispetto degli altri, ok?
libertà nel senso di provvedere e tutelare noi stessi durante la nostra vita e nel quotidiano. cioè sentirsi liberi di prendere o non prendere una decisione per il nostro benessere.
di questo parlavo al caffè con un collega: conta il nostro benessere, perché se stiamo bene possiamo fare bene e non il contrario.

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Le avventure di Fantarigò

12. Il labirinto

Il cavaliere nero si lanciò di corsa attraverso i corridoi del castello alla ricerca dei suoi due aiutanti. Li trovò che stavano riposando nei loro alloggi, due stanze grandi a sufficienza per contenere un letto, un tavolo e un piccolo armadio. Con forza e veemenza li chiamò e li fece uscire vestiti e armati.
“Cosa succede, mio signore?” chiese il primo, con gli occhi ancora appesantito dal sonno interrotto.
Il cavaliere si avvicinò e sentì nelle narici l’odore del vino che di sicuro aveva tenuto compagnia al suo soldato.
“Dobbiamo trovare due intruse che stanno girando libere nel castello. Così vuole lo stregone.”
“Come hanno fatto ad entrare?” chiese il secondo soldato, più vispo del primo solo perché non aveva esagerato con il bere.
“Non lo sappiamo con certezza. Credo siano entrate assieme ai contadini. E’ stata la governante delle cameriere a capirlo e riferirmelo poco fa.”
“Andiamo. E cercate di non deludermi. Avete capito?” proseguì guardandoli con fare minaccioso.
“Non la deluderemo” rispose il secondo prendendo le parti del primo che si stava riprendendo dalla sbornia lentamente.
Il cavaliere squadrò i due un’ultima volta e sguainò la spada.
“Seguitemi e state attenti…. La caccia incomincia.”

“Secondo me stiamo girando in tondo.” disse Fantaghirò a Bellatrix. “Non puoi controllare in qualche modo con i tuoi poteri per vedere se ci stiamo avvicinando a tuo fratello?”
“Potrei, ma correremmo il rischio che lo stregone ci scopra. Da quando siamo arrivate ho sentito i suo tentativi di scoprirci usando i poteri che ha acquisito con il suo incantesimo .”
Fantarigò grugnì a bassa voce. Non le stava piacendo per niente la piega che stavano prendendo le cose. Da quanto tempo stavano percorrendo questo corridoio buio e lungo da sembrare infinito? Era una sua impressione o faceva sempre più freddo? Perché le veniva la pelle d’oca ad ogni rumore o scricchiolio che sentiva?
Arrivarono al fondo del corridoio: di fronte a loro trovarono una parete di mattoni freddi e umidi che non presentava aperture di nessun tipo.
“E ora?” si chiese Fantarigò. “Abbiamo camminato per niente.”
Si voltò verso Bellatrix aggrottando le sopracciglia.
“Che facciamo?”
Bellatrix iniziò a guardare fissa la parete. Allungo il braccio destro e appoggiò il palmo della mano sui mattoni. Si spostò prima verso destra e poi verso sinistra percorrendo tutta la larghezza del corridoio.
“Il corridoio continua dietro questo muro.”
“E come lo sai?”
“Ho avvertito la presenza di qualcosa. Non so cosa sia: sono stata attenta a usare i poteri per non farci scoprire.”
Si allontanò dalla parete e chiese a Fantarigò: “Mi dai una freccia?”
“Perché?” chiese progendogliela dal lato delle piume.
“Mi serve una punta di metallo.”
Fantarigò non disse nulla: si stava abituando alle stramberie di Bellatrix. C’erano almeno mille domande che voleva farle ma non era il momento e non c’era tempo. Di sicuro le stavano cercando e poteva essere solo più questione di minuti prima che le trovassero.
Intanto, Bellatrix aveva preso la freccia e l’aveva impugnata con la punta rivolta verso il muro. Come aveva fatto prima, iniziò a camminare da destra verso sinistra lungo la parete mentre con il braccio muoveva la freccia creando delle spirali nell’aria.
La punta della freccia iniziò a brillare e a lasciare una scia di particelle luminose gialle che si spegnevano pochi secondi dopo. Per Fanatrigò era un’altra dimostrazione di magia. Bellatrix poteva essere una strega che l’aveva portata fin lì con l’inganno?
Quando la punta della freccia raggiunse l’intersezione di due mattoni in alto a sinistra Bellatrix si fermò. Lasciò la freccia che rimase sospesa nell’aria, in verticale, a segnare quel punto preciso. Si fece dare una seconda freccia da Fantarigò e andò dalla parte opposta della parete. La seconda freccia si illuminò come la prima e rimase sospesa in verticale.
Bellatrix si allontanò e disse a Fantarigò: “Prendi l’arco e scocca due frecce dove indicano le punte delle frecce sospese. Colpendo i due punti contemporaneamente si aprirà una porta nel muro.”
“Come fai a saperlo?”
“Se te lo dicessi non mi crederesti.”
“Prova” rispose piccata.
Per tutta risposta Bellatrix afferrò la mano di Fantarigò e chiuse gli occhi portandola con sé nel suo mondo.
Erano di nuovo in posto dal cielo viola e dall’erba blu. Si trovavano all’interno di una città con edifici altissimi come non aveva mai visto prima. Con la testa all’insù vedeva che nel cielo esseri volanti andavano e venivano in tutte le direzioni. Ancora più in alto delle forme sferiche si muovevano lentamente.
Bellatrix non era più la bambina dai capelli biondi e si era trasformata in una donna dall’aspetto angelico, più alta di lei. “Seguimi e vedrai.”
Fantarigò si lasciò prendere per mano e seguì la donna. La città scomparve in un lampo di luce per lasciare posto ad una stanza altissima con un grosso globo al centro. La Bellatrix donna si avvicinò alla sfera luminosa.
“Ora guarda…”
Sfiorò la sfera con le dita. La luce iniziò a pulsare e a roteare sempre più veloce. Fantarigò per paura di rimanere accecata si coprì il volto con le mani.

“Comandante! Comandante… Di qua. Sono passate di qua”
Il richiamo del soldato fece fermare la corsa del cavaliere nero che si diresse verso di lui.
“Guardi per terra”
Il secondo soldato li aveva raggiunti con una torcia e tutti e tre guardarono il pavimento. Videro una serie di impronte di stivali di una persona adulta e un’altra serie di impronte più piccole.
“Sono loro. Sono andate di qua. Andiamo!”
Il cavaliere partì di corsa seguito dai due soldati.

“Fantarigò, le frecce!”
Bellatrix era ritornata bambina. Era di nuovo nel corridoio buio di fronte al muro che lo interrompeva.
Sentì dei passi veloci e delle voci che si stavano avvicinando.
Anzichè cadere preda del terrore, sentì calare dentro di sé forza e sicurezza. Afferrò l’arco dalla spalla, prese due frecce e le incoccò. Tirò la corda e prese la mira con calma.

“Vedo qualcosa… qualcuno:”
“Le intruse!”
“Sono nostre.
“La bambina deve vivere…”
“La donna è mia…”

Non c’era più tempo. Fantarigò trattenne il respiro e lasciò la corda che schioccò come un ramo secco che si rompe all’improvviso.
Le due frecce partirono come saette seguendo due traiettorie divergenti. Si infilarono nel muro nello stesso istante, dove le due frecce ancora sospese puntavano.
Sentì un rumore insolito, che non sapeva distinguere se liquido o metallico. Dal lato destro vide che i mattoni si muovevano verso la parete laterale scomparendo all’interno; lo stesso a sinistra. il muro si stava aprendo.

“Eccole!”

“Andiamo!” Bellatrix si infilò nell’apertura di sinistra; Fantarigò in quella di destra.

I tre inseguitori arrivarono giusto in tempo per vedere le due aperture chiudersi. Le frecce caddero a terra tutte quante. Il cavaliere ne prese una in mano e vide che la punta metallica era annerita. L’annusò e la allontanò in fretta perchè l’odore era nauseabondo.
“Ma dove sono andate?” chiese il primo soldato.
Il cavaliere nero non rispose subito. Una leggenda che aveva sentito raccontava che il castello fosse stato costruito sopra i resti di un labirinto molto antico. Qualcuno diceva che era un luogo magico dove si celebravano riti più antichi dell’uomo stesso.
“Non lo so. Torniamo indietro e proviamo a cercarle dall’altra parte del corridoio.”
Al secondo soldato salirono dei brividi lungo la schiena. Quel posto, in quel momento, era purà energia negativa.