il museo del risorgimento è un must

cosa fare questo pomeriggio per non stare a casa a pensare e pensare?
semplice: due passi in centro in mezzo alla gente e un caffè preso in qualche bel bar.
IMG_E7867.jpgscendo e vado a prendere il bus, il 58, che mi scarica dritto nel cuore di torino. mi incammino e mi ricordo che c’è in corso una mostra sulla cinzano, l’azienda del vermouth. massì, andiamo lì a a buttare l’occhio. l’esposizione è allestita all’interno del museo del risorgimento e il biglietto è unico.
il museo del risorgimento, uno di quei musei che ai a vedere con la scuola e poi ti dimentichi, superato da museo egizio, galleria d’arte moderna, museo del cinema.
la mostra della cinzano è carina, breve e succinta. cartelloni pubblicitari e vecchie bottiglie sono gli oggetti esposti. curiosi e molto atipici se confrontati con ciò che vediamo oggi in televisione o per strada. il vermouth mi piace e on centro, a san salvario, c’è una vermoutheria dove sono stato una volta. sarebbe bello ritornarci una sera.
IMG_7877.jpgpasso nel museo che non ricordavo fosse così vasto. alla fine sono trenta saloni di varie dimensioni. l’ultimo ad esempio è enorme e raccoglie quadri di dimensioni esagerate.
ecco, i quadri di tutto il museo celebrano battaglie o sono ritratti di dignitari, dal re a cavour, da garibaldi a conti che ci ricordiamo solo perchè hanno dato il nome a molte vie di torino.
da scettico divento  interessato e, specie nella seconda parte, respiro un’aria di partecipazione che non pensavo avessi dentro. gli anni delle guerre di indipendenza, l’unità d’italia, il parlamento, la nascita di una nazione. tutto questo racchiuso tra le pareti di questo palazzo. sembrerà strano ma osservando con attenzione i quadri delle battaglie sembra di sentire le grida dei feriti e le urla di incitamento dei soldati all’attacco.IMG_7881.jpg
mi fermo a pensare a quanto sia costato in quegli anni dare una forma ad un popolo che forma non aveva. e oggi? mi chiedo. oggi, che forma abbiamo? siamo uniti? siamo coesi? o bisticciamo come galline in un pollaio? ho paura di dire che siamo più volatili che non volano che bipedi.
per cui suggerisco ai turisti e non di fare un giro nel risorgimento e guardare dritto negli occhi quei personaggi che ancora adesso avrebbero da insegnare molte cose

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il commissario rimoldi e ornella

ornella ferrari stiracchio le braccia e il collo. era davanti al computer da ore a perfezionare il progetto della galleria d’arte al quale lavorava da settimane. gli occhi erano stanchi e gli occhiali le davano fastidio.
guardò l’ora sullo schermo del cellulare e vide che mezzanotte era vicina. controllò i messaggi e a parte le solite email pubblicitarie e i messaggi dei vari enti per cui lavorava non c’erano novità
“chissà giancarlo” si chiese per un attimo. essere la fidanzata di un commissario non era facile. spesso gli orari cambiavano e così le occasioni per vedersi con calma. solo due giorni prima il suo fidanzato era dovuto rientrare a torino per il caso che stava seguendo.
nel loro rapporto ornella era contenta che giancarlo le parlasse a cuore aperto del suo lavoro, faticoso e frustrante. non aveva mai sentito la pesantezza di chi si trova ad ascoltare parole vuote e inutili. giancarlo trasformava i suoi momenti di confidenza in qualcosa di speciale, portandola con se nei suoi resoconti e facendoglieli vivere in prima persona.
vivere in un altra città, anche se per motivi di lavoro, all’inizio le risultava difficile. amava torino e si sentiva esserne parte. col tempo si era abituata a questa nuova realtà dove le sue doti di architetto erano valutate come piaceva a lei. lo scotto da pagare era che la sua giornata lavorativa la impegnava davvero tanto, lasciando poco spazio al resto. però, c’è sempre un però, i momenti suoi seppur pochi la rendevano felice.
come quando aveva incontrato giancarlo, amico di amici, e gli era subito piaciuto. lei stava per trasferirsi e questo avrebbe potuto essere un problema. giancarlo, era appena stato promosso ed era impegnato forse più di lei. ma le difficoltà a volte sono un mezzo per mettere sul tavolo le proprie carte e sia ornella che giancarlo fecero così. si frequentarono e alla fine si confessarono il reciproco interesse che poco per volta diventò confidenza e poi legame invisibile.
ornella si alzò a prendere dell’acqua dal frigo. la concentrazione che aveva tenuto per tutte quelle ore andava compensata con dell’acqua fresca, rigenerante.
“ancora un rendering e poi basta.” la data di consegna dello studio era per il lunedi della settimana successiva. “chissà se riusciremo a passare il weekend assieme…”
presa nell’emozione del pensiero, ornella non sentì il rumore dell’ascensore che si apriva al suo piano nè i passi che si avvicinarono alla sua porta.
qualcuno bussò alla porta facendola saltare. a momenti il bicchiere non cadeva per terra. si avvicinò alla porta e guardò dallo spioncino. la figura che aveva bussato le dava le spalle.
“chi è?” chiese ad alta voce
“sono l’appuntato tedeschi. mi manda il commissario rimoldi”
ornella conosceva da tempo tedeschi, quello taciturno come lo aveva etichettato giancarlo una sera a cena, e aprì la porta.
tedeschi entrò e salutò con un cenno del capo.
iniziò a girare per l’appartamento con ornella che lo seguiva passo passo
“ma cosa è successo? giancarlo sta bene?”
tedeschi non rispose e continuò l’ispezione.
“le posso chiedere dove tiene la parrucca nera?<'
"e lei come lo sa?"
"me lo ha detto il commissario."
ornella portava i capelli corti con la frangetta e un giorno, per vezzo e per fare uno scherzo di carnevale a giancarlo, aveva comprato una bella parrucca con capelli lunghi e neri lucenti. quando rimoldi la vide rimase a bocca aperta dallo stupore. "sei bellissima" le disse e ornella tutta contenta non si tolse la parrucca per tutta la sera e la notte
ornella andò nel ripostiglio a prendere la parrucca ma non c'era. controllò meglio nella scatola dove l'aveva messo ma non c'era.
"strano sono sicura che l'avevo messa qui."
tedeschi prese il cellulare e lo mostrò a ornella. "è questa?" ornella guardò la foto e disse: "si, potrebbe essere."
tedeschi le fece vedere un'altra foto, un dettaglio dell'etichetta del negozio.
"si, è questa. riconosco l'etichetta."
"ok. mi scusi devo fare una telefonata."
tedeschi chiamo il commissario rimoldi al telefono. "commissario? tedeschi. la signorina ornella conferma che la parrucca è la sua… si… va bene. a dopo."
si voltò verso ornella e con fare serio le disse: "il commissario arriverà qui tra un paio di ore. io starò qui a controllare la situazione nell'attesa, se non le do troppo disturbo."
ornella lo guardò perplessa e innervosita. "ma cosa è successo? voglio sapere!!!"
"non posso dirle di più, mi spiace. il commissario le spiegherà tutto."
ornella prese il telefono e provò a chiamare rimoldi. le rispose la segreteria telefonica.
qualcosa non andava e cominciava ad avere paura. tedeschi si era seduto sul divano in tinello e guardava fisso davanti a se.

fiori finti

approfittando del giorno di ferie ho accompagnato mia mamma al cimitero a portare i fiori ai nonni, lucia e giovanni. sono messi uno vicino all’altro, così è più comodo andarlo a trovare.
mamma ha portato dei fiori finti, belli ma non freschi. le chiedo come mai e l risposta è semplice: i fiori freschi li rubano.
e quando arriviamo nel corridoio dei loculi vedo che la maggiorparte dei fiori è di plastica. si sono adeguati tutti. il malcostume di rubare i fiori ha potato la gente a portare fiori finti.
è triste pensare che ci siano persone, diciamo così, che fregano i fiori degli altri. per farci cosa? rivenderli? usarli per i loro morti? non lo so. non c’è risposta.
mettiamo a posto i mazzi e ne avanzano due mazzetti bianchi. allora li prendo e cerco dove metterli. torvo due loculi senza fiori e li metto lì. non servirà a niente ma almeno quei due portafiori sono meno tristi

casalinghe di tutto il mondo unitevi

il mio lunedì da casalingo inizia con la soddisfazione di non avere messo la sveglia alle 6.30 come di solito. me ne sono ricordato per tempo, altrimenti sarebbero stati cazzi.
mi alzo con calma, decisamente bloccato nelle gambe. ho anche male al collo, strano. piano piano vado in cucina e metto su il caffè. fuori c’è luce e sento le voci delle mamme che portano i figli a scuola. sono suoni che non sento mai. guardo fuori e sono solo contento di starmene nella pace del cucinino mentre il caffè borbottando esce.
colazione con biscotti marmellata e brioche. la mia solita da anni. niente latte perchè mi rimane sullo stomaco.
ogni tanto mi concedo una colazione salata, ma così per sfizio. come gusti sono ben lontano dalle colazioni anglosassoni che quando vedo consumare uova e pancetta di mattino presto mi prende la nausea.
ora cosa faccio? lavatrice, letto, spazzare i pavimenti, spesa e poi vedrò.
però prima scrivo che ne ho voglia e desiderio.
il resto verrà dopo

un passo dopo l’altro, dopo l’altro, dopo l’altro…

IMG_7855.jpgda dove posso iniziare? ma dalla fine, dagli ultimi metri in via roma. davanti a me il traguardo posizionato in piazza castello. dietro di 42000 passi fatti in quattro ore e mezza. passo in mezzo alle fontane e guardo avanti. per tutta via roma ho corso co lo sguardo a terra per non guardare quel traguardo cos’ lontano… si ci siamo. alzo le braccia al cielo e sorrido. ce l’ho fatta nonostante i crampi e il male alle ginocchia. una signora dello staff mi porge la medaglia. mi chino in avanti e nel farlo cado a terra, cotto come un pollo del girarrosto. vorrei stare li sdraiato a guardare il cielo ma mi sposto in fretta per non essere calpestato dagli altri runner in arrivo…
non è andata come speravo: volevo fare meglio ma a sette chilometri dalla fine ho finito la broda: non ne avevo più. ho rallentato e corso quasi al passo lasciando che chi era più veloce di me mi superasse. ma non ero sconfortato; anzi, al contrario sapevo di avere dato tutto e ora avrei dovuto tirare fuori tutto quello che avevo dentro per arrivare in fondo.
IMG_7841.jpgi miei genitori mi hanno aspettato lungo il percorso. mio papà era emozionato e sene stava in disparte. mia mamma invece si è sporta per salutarmi. una volta arrivato l’ho chiamata per dirle che ero ancora vivo. ho scritto a chi mi aveva fatto gli auguri che ce l’avevo fatta. ecco, non mi sono sentito come rocky quando urla adrianaaaa, ma un pò di orgoglio l’ho provato. si.
lungo le strade le foglie morte, non quelle che cadono dagli alberi, ma i corridori che hanno detto basta. vedo sui loro volti lo sguardo affranto ma non devono pensare di essere sconfitti: anche loro hann dato tutto e la prossima volta andrà meglio.

questo è il senso di una gara lunga più di quattro ore, che ti consuma mente e corpo. la prossima volta andrà meglio e se non sarà così ci proverai ancora e ancora. perchè quel traguardo laggiù in fondo lo devi raggiungere e farlo tuo. come quella coppia che ho visto arrivare camminando e baciarsi una volta arrivati.
IMG_7818.jpggià ieri pomeriggio sentivo la tensione della gara. sono passato da via roma a vedere il numero 42 segnato per terra. mi sono detto che domani lo avrei visto anch’io. e così è stato. nonostante il cervello fosse andato per i fatti suoi, sono riuscito a cogliere con la coda dell’occhio quel numero fatidico. come quando ho visto il cartello ultimo chilometro e mi sono detto: cazzo ce l’hai fatta vit. ce l’hai fatta!

ora cosa farò? di certo non penserò alla corsa per qualche giorno e lascerò che il mio fisico recuperi fatica e calorie. oggi ho consumato energie pari ad un giorno e mezzo: è come se non avessi mangiato per un giorno e mezzo e chi sono io per non recuperare? oggi pomeriggio dopo il bellissimo bagno caldo che mi sono concesso ho preso un kebab. dopo che posto mi scaldo la minestra di cereali che mi hanno dato nel pacco gara.

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qui finisce il post. ma la storia continua… quando un’avventura finisce ne inizia subito un’altra
starò a vedere quale