andò vai?

ci siamo. l’operazione roma ha inizio.

ho scritto di allenamenti, di tabelle da rispettare, di fatica e di sudore. ora sono arrivato al momento della verità: tutto quello che dovevo fare per prepararmi l’ho fatto. come andrà non lo so.

quello che so è che inizia un’altra impresa, l’ennesima, di questa mia vita. è come scalare una montagna: la vetta è lassù che ti aspetta impassibile, altera. devi solo iniziare a mettere un piede avanti all’altro e dimenticarti del passo appena compiuto. ti proietti in avanti con il corpo e con la mente, con la fiducia in te stesso che sarà la tua forza.

mi sento come quel pugile che sta per salire sul ring ad affrontare il campione del mondo. so che non vincerò l’incontro ma so che salire gli scalini che portano oltre le corde è la mia vittoria.

ci saranno altre prove da affrontare, non solo sportive. questa è una delle tante. la più impegnativa e allo stesso tempo la più affascinante.

mi voglio ubriacare di emozioni, sbronzarmi di sensazioni, stordirmi di felicità, appagarmi di adrenalina, riempirmi di sorrisi e di abbracci.

ho parlato con colleghi, con amici e con chi mi vuole bene. sono stato incoraggiato, consigliato o semplicemente ascoltato. per chi conosce vittorio sembra strano vedere in lui questa passione. lui, che di solito vede la realtà da distante dal suo angolo di osservazione.

cosa penserò in queste quattro ore di esistenza solitaria in mezzo a migliaia di persone? non lo so. la mia mente vagherà libera e la lascerò scorrazzare senza freni. mi chiedo cosa porterà alla luce dal mio profondo. parlerò con me stesso e con chi sentirò vicino. saranno dialoghi lunghi, improvvisati, scanditi dai chilometri e dal battito del cuore. sarà una scoperta intima, molto mia, che sarà bello poter condividere una volta finito con chi mi ha aspettato.

bene, mi devo preparare. il tempo scorre e accelera ad ogni secondo.

a presto

il vecchio e la tigre

mi sono addentrato nel deserto per scacciare via i demoni interiori che si son attaccati alla mia anima.

ho agito d’impulso, uscito da arcadia e diretto verso la landa desolata colore della sabbia.

mi sono messo in cammino che il sole non era ancora alto, senza una direzione precisa. avanti, un piede dopo l’altro, con il peso che sentivo dentro che iniziava a muoversi nervoso.

all’orizzonte ho visto a una carovana di beduini che si muoveva lenta, i dromedari uno in fila all’altro. ho camminato nella loro direzione fino a quando non li ho incrociati. si son fermati e mi hanno chiesto come mai ero li, da solo, a camminare.

gli ho risposto che stavo cercando delle risposte a delle domande che ancora non sapevo farmi e di cui sentivo comunque il bisogno. il più anziano di loro mi ha detto che l’unico modo era di continuare a camminare perchè le risposte, spesso, arrivano quando meno te lo aspetti.

mi hanno dato dell’acqua e da mangiare. ho ringraziato e li ho salutati, lasciandoli alle loro storie raccontate sotto il cielo stellato.

il sole era ora alto nel cielo: lo sentivo sul collo e sulle spalle. le labbra erano secche e assetate. nella mia mente si era formata l’immagine di una bocca morbida dal sapore di fragola. ne immaginavo le sue labbra sulle mie, morbide e dolci.

mi sono fermato ad un oasi a riposare e mangiare. all’ombra della scarsa vegetazione mi sono addormentato. ho sognato che una tigre bianca si avvicinava furtiva, forse alla ricerca di cibo. ho sentito il suo respiro caldo e acre sul mio corpo. dalle sue fauci emergeva un suono ancestrale, ricco di forza brutale. pensavo mi avrebbe mangiato o graffiato con i suoi artigli.

mi sono svegliato con la paura nel petto: attorno a me c’era il silenzio rotto solo da qualche volata di vento caldo. mi era rimasta la sensazione del pericolo e della incapacità di sfuggirgli. nel sogno mi ero lasciato abbandonare al mio destino di preda. nella realtà sentivo che non doveva essere così.

mi sentivo più leggero: la tigre aveva spaventato i miei demoni che se ne erano andati via. l’euforia mi  aveva fatto venire voglia di casa: sentivo che arcadia mi mancava da morire,

ho lasciato l’oasi alle spalle e sono tornato indietro: le mie orme erano ancora visibili sulla sabbia ed è stato un gioco camminarci sopra, leggero e più tranquillo.

a metà strada ho incontrato un vecchio dalla tunica nera e la barba bianca. aveva avvolto un serpente sul braccio destro che si muoveva lentamente e sinuoso. dalla sua testa a forma di freccia la lingua biforcuta si muoveva rapida, come un’antenna di cavalletta.

che vuoi vecchio, gli ho chiesto

voglio il tuo cuore da dare da mangiare al mio serpente.

perchè lo vuoi?

perchè il mio serpente si ciba dei sentimenti che noi esseri umani custodiamo nel nostro cuore. io sono stato il primo cui lo ha mangiato e sono diventato il suo schiavo.

l’ho guardato e ho guardato il serpente. la rabbia che avevo dentro da qualche parte e che mi corrodeva si è fatta sentire furiosa, come lava bollente.

non provare ad avvicinarti, tu e la bestia: questo cuore non sarà mai vostro, ho detto battendo forte la mano sul petto.

alle mie spalle, improvvisamente, ho sentito un ruggito. mi sono voltato di scatto e ho visto la tigre bianca avvicinarsi minacciosa a pochi metri da me.

mi sono sentito perso e rassegnato a dover affrontare la fine della mia vita.

la tigre mi ha superato e si è avvicinato al vecchio. che istintivamente ha cominciato ad arretrare. i due si sono fronteggiati con odio: il serpente si muoveva rapido passando da un braccio all’altro come se sfidasse la tigre, la quale non smetteva di seguirlo con lo sguardo.

va bene, hai vinto, ha detto il vecchio. puoi passare. non ti toccheremo.

senza aspettare mi sono mosso cauto passando distante dalla testa del serpente temendo di uns  uo colpo mortale finale.

dopo che ho camminato per almeno cento passi mi sono voltato: il vecchio con il serpente e la tigre erano spariti.

il sole era al tramonto e i primi raggi luminosi di vega stavano arrivando sulla terra. le luci della città si erano accese e li era dove dovevo andare.

quando sono finalmente giunto sotto cassa ho guardato in alto: il cielo era scuro e le stelle magnifiche

arcadia sono tornato

ti stavo aspettando

avevo il cuore pieno di lacrime

 

 

 

non sempre tutto funziona come un orologio svizzero

no, non sono arrabbiato. neanche nervoso.

io che me la prendo per un disservizio? che mi lamento per delle informazioni non corrette?

che mi girano le palle per essere uscito di corsa dall’ufficio con il capo che mi guardava come a dire: cazzo vai via?

che in macchina sono li a dirmi: ma dai succede di fare un giro a vuoto

tutto falso. sono arrabbiato e nervoso.

minchia che nervi!

arrivo dai vigili, commissariato barriera di nizza, ed entro fiducioso nel funzionamento del sistema. passo subito: figo.

desidera? mi chiede il poliziotto di guardia.

devo ritirare dei documenti che mi sono stati rubati e che sono stati ritrovati

mmmm

l’abbiamo chiamata noi?

si, ieri pomeriggio

e si ricorda chi l’ha chiamata?

no. era una donna e non si è presentata.

ah

e qui comincio a dirmi: ma porca puttana….

arriva un secondo poliziotto. confabulano qualche secondo

che ufficio deve andare?

ufficio denunce

ah ma non c’è nessuno.

come? mi hanno detto che potevo arrivare alle diciannove

non c’è più nessuno

un terzo poliziotto conferma

si, sono tutti usciti

torni domani mattina.

scena finale: io che rimetto la denuncia in borsa e dico allora teneteveli voi. buonasera.

apro la porta dell’ufficio ed esco. sento che uno dei tre dice qualcosa ma non ascolto più.

ho solo voglia di tornare a casa e farmi una doccia per levarmi di dosso il sudore e lo scazzo.

sigaretta calma nervi e via in arcadia

cazzo

 

tempus fugit

ricevo una telefonata sul cellulare. numero che non conosco. riluttante rispondo

pronto?
signor z?
si? chi parla?
commissariato di corso spezia
(sticazzi)
mi dica
abbiamo ritrovato delle tessere e dei documenti che pensiamo le appartengono
si, in effetti mi hanno rubato il portafoglio a natale
ah, non adesso
no, no. tre mesi fa
e i documenti le servono?
ho fatto i duplicati di carta patente eccetera
allora buttiamo via?
aspetti, mi dica cosa avete trovato
due schede di plastica. aspetti… trenitalia e tessera fidal
va bene. quelle mi interessa riaverle
allora viene a prenderle?
si certo
stasera?
stasera no. quando posso
domani
ok, domani.
viene di mattina?
verrei nel pomeriggio dopo il lavoro
a che ora?
attorno alle cinque e mezza o sei, dopo il lavoro
(a bassa voce)
viene a ritirare i documenti domani alle 17.30 circa
ce l’ha la denuncia
si ce l’ho
si ricordi di portarla. buona serata
click

fine della telefonata. da quello che ho capito il mio portafoglio ha girato per mezza città.
domani andrò a recuperare la refurtiva.
l’augurio al ladro di passare una settimana sul cesso è sempre valido

come se fosse accaduto per davvero

sogno.

esco da una stanza con l’animo turbato. avrò avuto una discussione? avrò visto qualcosa che mi ha colpito? non lo so, non è chiaro.

mi imbatto in una donna: più bassa, capelli neri a caschetto, un bel sorriso, una faccia pulita.

non la riconosco subito. poi capisco: è chiara, senza gli occhiali tondi dell’ultima volta.

è li che mi aspetta. sono attratto dal suo viso tondo, che sotto quei capelli neri tipo manga giapponese sta benissimo.

mi dice qualcosa, che non capisco bene. tipo: “dai vieni”

mi afferra la mano destra e intrecciamo le dita. lo sento ancor adesso quel contatto.

camminiamo uno al fianco dell’altra. ci sorridiamo. non ho paura di niente.

ecco, questo è il sogno di stanotte. me ne sono ricordato poco fa e l’ho ricostruito in un attimo. ho corso il rischio di dimenticarlo. sarebbe stato un peccato.

ho parlato di recente sull’opportunità, se fosse possibile, di scegliere il sogno che vorremmo avere la notte. il tema, il soggetto, il personaggio, la trama. o se è meglio lasciare tutto al caso.

mi piacerebbe controllare i sogni, lo trovo affascinante. però è vero che stanotte ha vinto il sogno a tema libero. non so se chiara si sarebbe fatta vedere se chiamata apposta.

 

ora illegale

ho voluto godermi il primo sole dell’ora legale andando a fare un giro in centro. l’ho sentito sul viso, sulle spalle, mentre attraversavo piazza castello e scendevo verso il po. l’ho visto riflesso sui muri di piazza vittorio e sull’acqua del fiume che scorreva tranquillo.

ho voluto regalarmi un caffè con panna nel miglior bar della città, un momento di libidine liquefatta in bocca, come quel giusto equilibrio tra dolce e amaro. la panna che si amalgama con il caffè e rilascia quel carico di dolcezza che ti fa dire: ci siamo.

ho voluto liberare la testa dai malumori della domenica pomeriggio, quelli che si affacciano ed entrano senza chiedere permesso.

ho voluto concedermi pensieri prospettici mentre disegnavo dei percorsi mentali lungo le strade di questa città, ora gremita ora vuota.

ho voluto fotografare persone e strade, ignare entrambe che l’occhio del fotografo cercava quel particolare che le avrebbe reso unici i suoi scatti

ho voluto immaginare sensazioni che non provo da tempo, di quelle che fanno venire la pelle d’oca e ti lasciano senza fiato.

ho voluto ascoltare musica dura, potente per farmi aumentare la voglia di suonare, di mettermi dietro i tamburi e i piatti e lasciare il comando al mio lato dark che quando c’è da fare suonare scalpita impaziente

ho voluto scrivere di un pomeriggio di una domenica di marzo

la mia vita con tom (continua)

rientro dal pomeriggio incentro con la voglia di vedere tom, il riccio magico. non sembra soffrire per il fatto che sono fuori casa tutti i giorni di settimane che nel weekend faccio avanti e indietro.

stamattina ho pulito in casa e passato lo straccio dei pavimenti. tom si è messo sul divano ad osservarmi impassibile, quasi annoiato per il trambusto che avevo creato: sedie spostate, pavimenti bagnati. proprio questo mi ha fatto ridere quando tom è sparito dal divano per atterrare in mezzo al salotto, proprio dove avevo appena lavato. risultato: è scivolato ed finito a pancia a terra con le zampette aperte tipo stella marina.

ho riso e l’ho preso in giro: cazzo fai tom? ti tuffi come la cagnotto?

lui, stronzetto come sempre, si è rimesso in piedi e dato una scrollata a tutto il corpo. gli aculei hanno vibrato e cambiato colore diventando blu acciaio. in un attimo ho sentito un fischio riempire la stanza e che è salito sempre più avuto.

al volo l’ho preso tra le mani a coppa e iniziato a lisciarlo delicatamente. si è subito calmato e il fischio è terminato. se continuava ancora a salire mi avrebbe rotto tutti i bicchieri e i piatti mandandoli in risonanza.

mi sono messo sul divano e l’ho appoggiato di fianco, continuandolo ad accarezzarlo, in attesa che il pavimento asciugasse per bene.

che ne dici se una vola andiamo a fare un giro assieme?

mi ha guardato dal basso verso l’alto. non so se era un movimento condizionato dal suono della mia voce e se volesse rispondermi. comunque ho deciso: un giorno di questi lo porto con me fuori, al giardinetto di fronte a casa. voglio vedere cosa fa.

quando il pavimento è diventato asciutto gli ho dato un colpetto sul retro e lui ha capito. puff! era già a terra in direzione della cuccia in camera da letto.

sono uscito sul balcone a fumare e a riflettere su come questo esserino da piccola presenza è diventata una “cosa” con un suo peso e una sua importanza nella mia vita. devo averne cura, volergli bene ogni giorno, dargli attenzione e capire le sue necessità.

non c’è nulla di più fragile di un riccio magico piccolo e delicato.