viola

perché ti sei seduta su questa panchina?
ti ho notata prima, mentre camminavi dall’altro lato del viale
i tuoi capelli viola sono un colpo di colore che si stacca dal verde degli alberi.
ora che sei qui vicino ho notato il tuo piercing al naso.
indossi una maglietta bianca con righe nere orizzontali che ti sta male addosso e ti deforma
i jeans strappati alle ginocchia fanno capire che la tua pelle è chiara.
sei truccata pesante, con gli occhi cerchiati di nero e il rossetto scuro
ti accendi una sigaretta e inizi a fumarla nervosa, sbuffando il fumo verso l’alto.
chi stai aspettando?
sul cellulare non trovi nessun messaggio. lo controlli ogni dieci secondi.
sarà un’amica o il tuo ragazzo?
io continuo a leggere e ti lascio tranquilla immersa nei tuoi pensieri.
riprendi in mano il telefono e scrivi un messaggio.
il piede sinistro batte nervoso sulla ghiaia.
prendi un’altra sigaretta. provi ad accenderla ma l’accendino è scarico. prendo il mio dalla tasca e te lo passo.
lo prendi dicendo grazie a bassa voce.
me lo restituisci ma ti dico di tenerlo. ne ho un altro con me.
arriva un messaggio e prendi il cellulare al volo. lo leggi e sbuffi. non era il messaggio che aspettavi? no, se rimani seduta.
accavalli le gambe ti siedi comoda. guardi dentro la borsa alla ricerca di qualcosa che non trovi.
poi ti alzi, come se la panchina avesse preso fuoco all’improvviso. cerchi qualcosa con lo sguardo e ti incammini a passi svelti.
ti guardo mentre ti allontani fino a quando non sei più visibile.
riprendo il libro in mano.
prendo dallo zaino una matita e sulla pagina aperta scrivo: “buona fortuna ragazza dai capelli viola. “

Portrait

danae-1908.jpgDanae si sdraiò sul lettino, coperta solo da un telo bianco. Il contatto con il freddo del pavimento l’aveva fatta rabbrividire, ma le disposizioni che aveva ricevuto erano chiare: doveva entrare nella stanza senza niente addosso, tranne che per il telo che aveva trovato nel piccolo spogliatoio, e con i lunghi capelli ramati capelli sciolti.
Dalla sua posizione, Danae riusciva solo ad intuire le dimensioni della stanza. La luce proiettata dalle due lampade a parete era debole. Sopra la porta dalla quale era entrata c’era un faretto spento.
Una voce maschile, profonda, ruppe il silenzio.
“Come ti senti? Sei a tu agio?”
“Si, grazie. Va tutto bene.”
La voce non aggiunse altro e il silenzio ritornò.
Poteva sentire il suo respiro. Il petto si sollevava mettendo in evidenza i suoi seni. Pensò che da quella angolazione i suoi capezzoli assomigliavano a due piccole ciliegie.
Nella mail che aveva ricevuto dall’uomo misterioso le istruzioni erano state chiare e non aveva avuto difficoltà ad impararle a memoria. Sapeva che avrebbe dovuto aspettare, nuda e supina, il segnale.
Il faretto sopra la porta si accese, proiettando un cono di luce bianca su di lei. La luce era bianca, tagliente. Le sembrava di sentirla cadere sul suo corpo, come un liquido privo di calore.
Mosse da parte il telo e lo lasciò al fondo del lettino badando a che rimanesse spiegazzato e sollevato rispetto al materasso. Si ravvivò i capelli. I riccioli lunghi le caddero sulle spalle e ne aggiustò le punte in modo che le circondassero il collo.
Si sorprese a non provare vergogna né imbarazzo per quello che stava facendo. In fondo stava solo recitando il ruolo di una modella di un secolo prima che aveva posato per il suo amante e pittore.
La voce la chiamò: “Danae, ora girati e mettiti in posa.”
Non l’aveva chiamata per nome. Questo, la rassicurò, dandole l’idea di un muro invisibile che la voce non avrebbe mai scavalcato lasciandola intatta.
Si sdraiò sulla schiena e poi sul fianco sinistro, facendo attenzione a non schiacciare i capelli dietro la testa e disponendoli come una cornice di fuoco attorno al suo bel viso. Unì le gambe e piegò le ginocchia portandole verso il busto. Infine, voltò il viso e il busto verso destra, in modo che il suo seno fosse in vista e la centro della luce. Socchiuse la bocca in un sorriso di felicità e chiuse gli occhi.
Il quadro era stato ricreato.
La voce parlò dopo qualche minuto. Il tono era freddo.
“Bene. Grazie. Può bastare. Troverà il suo compenso nello spogliatoio.“
Il faretto si spense. Si alzò e con calma e uscì dalla porta. nello stanzino ritrovò i suoi vestiti come li aveva lasciati e la busta con i contanti. Si rivestì senza fretta e mise la busta nella borsetta.
Uscita dallo spogliatoio camminò lungo il corridoio che aveva percorso al suo arrivo fino al portoncino d’ingresso. Lo aprì e uscì in strada. La luce del giorno era forte per la sua vista che si era abituata alla penombra. Il rumore della strada, fatto di voci e traffico, la riportò alla realtà.

riflessioni da balcone

l’una di notte. sono sul balcone appoggiato alla ringhiera a fumare l’ultima sigaretta prima di chiudere la giornata e cercare di dormire.
nella mia mente scorrono le immagini del weekend che è appena trascorso. le faccio scorrere avanti e indietro, senza rispettare l’ordine cronologico degli avvenimenti.
comincio a sentire la stanchezza nelle gambe e nella testa. ho voglia di dormire e di collassare nel letto. la stanza è ancora calda. il sole del pomeriggio batte forte, senza pietà, scalda i muri che assorbono il calore come spugne.
cerco un filo conduttore che mi aiuti a capire cosa provo.
un tempo mi sarei crogiolato nella nostalgia. ora, che sento il fresco della notte, provo solo tranquillità. sento che le cose cominciano a girare, piano, ma continue. la fiducia in me stesso e nel futuro cresce rapida. se potessi adesso l’abbraccerei e la porterei a letto. eppure ci siamo salutati pochi minuti fa.
il desiderio è forte, intenso. mesi fa l’avevo perso ed ero convinto che non l’avrei più ritrovato. è stato lui a trovare me, a prendermi per i capelli e tirare fuori l’istinto animale del cacciatore.
non ci neghiamo niente, la cerco, ci cerchiamo e ci apriamo, abbassando scudi e schermi. vale tutto, in ogni momento. penso a questo mentre spengo la sigaretta. che la voglia di averla la esprimo in una carezza come in un bacio in ascensore.
è quello che ho sempre sognato: sentirmi libero d amare con passione e lasciarmi amare, aperto e vulnerabile.
guardo l’ora sul cellulare. l’una e dieci minuti. vado a dormire.
la luce dell’insegna del kebab lampeggia sul muro bianco. sarà l’arcobaleno che mi terrà compagnia stanotte. ora posso dormire. i pensieri sono stati raccolti e messi in fila. la penso un’ultima volta e mi addormento tenendola tra le braccia.

una sciarpa nera

vieni a cena da me stasera?
questo il messaggio di paolo che erika aveva ricevuto nel pomeriggio
si, aveva risposto. a che ora?
quando ti è più comodo

arrivata a casa dopo il lavoro si fece una doccia, si cosparse la pelle di crema idratante e si vesti con la gonna lunga. allo specchio vide una donna che le piaceva: i capelli mossi che cadevano morbidi sulle spalle, la camicetta che metteva in risalto la sua figura e la gonna morbida che le dava una linea sinuosa.
contenta del risultato uscì e sali in macchina

arrivata da paolo suonò al citofono. la serratura del portone scattò e prese l’ascensore. arrivata al piano vide che la porta d’ingresso era socchiusa.
permesso? chiese. nessuna risposta. aprì la porta ed entrò. il corridoio era al buio. notò che l’alloggio era al buio.
vieni, sentì dire da paolo. la sua voce arrivava dalla camera da letto. si mosse con cautela guidata dalla fioca luce che filtrava dalla porta del balcone del salotto.

entrò in camera da letto con il cuore che correva.
vieni avanti, tranquilla.
erika fece due passi ancora e si fermò.
sentì le mani di paolo che si appoggiavano sulle spalle: era dietro di lei.
va tutto bene, le sussurrò.
stette immobile, respirando piano. sentiva l’eccitazione salire e un calore piacevole diffondersi nel suo ventre.

quando capì che paolo la stava bendando con una sciarpa di seta ebbe un brivido lungo la schiena. le gambe cominciarono a tremare. l’eccitazione stava salendo al massimo e lo sentiva sui seni e in mezzo alle gambe.
paolo annodò la sciarpa dietro la sua nuca, attento a non pizzicarle i capelli.
ti dà fastidio?
no, va bene così.

la spogliò con lentezza, sfiorando la pelle che metteva a nudo pezzo a pezzo. si ritrovò nuda ed inerme. sapeva che paolo non le avrebbe fatto male. le sue mani l’avevano toccata come lui sapeva fare. ogni vergogna era sparita. ogni ritrosia sciolta come neve al sole. lo desiderava come nessun’altro. lo voleva adesso dentro di lei

come se paolo le avesse letto nella mente, la fece sdraiare sul letto, accompagnandola nella discesa. continuò ad accarezzarla alternando le dita alle labbra. ogni tocco era una scossa nella sua testa; ogni bacio un lampo che scoccava.

lo sentì posarsi su di lei ed entrare senza difficoltà. sapeva che avrebbe goduto in un istante e non fece alcuna resistenza. si sentiva libera e piena di felicità.

viaggio

un collega si dice stufo di fare chilometri e chilometri di domenica per fare una gita dove il tempo che passi in macchina è la maggior parte della giornata.
gli dico: fissa una distanza massima e fai un giro di compasso su una cartina
ecco, potrei stabilire una dista di 50 chilometri.
cosa fai? arrivato a 50 spegni la macchina anche se sei in mezzo ad una rotonda?

de gustibus. per me la gita è anche il viaggio, che va affrontato con lo spirito giusto di avventura.
mi vengono in mente le chiacchierate fatte al volante o come passeggero, i panorami che ho visto scorrere dietro il finestrino, la voglia di caffè e la ricerca di un bar dove fermarsi, la meta che si avvicina chilometro dopo chilometro, prendere l’uscita sbagliata e tornare indietro.

tutto fa.

voglio (vorrei)

che tu mi veda per come sono
che tu mi legga dentro senza filtri
che tu mi senta presente
che tu mi permetta di starti vicino
che tu mi lasci prenderti per mano
che tu mi permetta di darti tutto quello che ho
che tu mi guardi con quegli occhi profondi
che tu mi accarezzi i capelli mentre guido
che tu mi parli con il silenzio