la mia vita con tom (continua)

in questi ultimi giorni tom è stato triste. anche se è un riccio magico, non ha il dono della parola. o, almeno, non parla come noi esseri umani. se usa altre forme di comunciazione non lo so.

potrebbe avere delle doti telepatiche oppure usare i suoi aghi setosi per emanare vibrazioni interdimensionali. difficile da dire. posso solo interpretare il suo umore basandomi sui suoi atteggiamenti o reazione ai miei.

insomma, qualche sera fa lo osservavo mentre me ne stavo sul divano blu a leggere. di solito tom si accoccola sul mio addome e si addormenta cullato dal movimento in su e in giù della respirazione. ricordo che una volta il mio stomaco ha borbottato e tom si è svegliato di colpo attento e con le setole che vibravano luminose. si era spaventato: avrà pensato a qualche sommovimento quantico del terreno.

tornando all’altra sera, tom se ne stava sul pavimento immobile, nell’angolo tra il muro e il frigo. strano posto per riposare, ho pensato. l’ho chiamato ma non si è mosso. mi ha lanciato uno sguardo veloce per ritornare nella sua posa con lo sguardo altrove.

mi sono avvicinato e inginocchiato con il mio viso vicino al suo musetto. la sua solita espressione furbetta non c’era. cazzo, brutto segno. ho preso un cracker e gliel’ho offerto. come se non avessi fatto niente. l’ha addentato un attimo per lasciarlo cadere sul pavimento.

mmmm. la cosa cominciava a preoccuparmi: dei due di solito sono io quello umorale. vuoi mica che si sia ammalato?. una “babojia” che lo ha infettato? e con cosa lo curo?

all’improvviso tom ha sollevato il musino e ha iniziato ad annusare l’aria. ha inziato a vibrare tutto e… puff! sparito, lasciando il solito alone di energia quantica a dissolversi.

a quel punto mi sono alzato e sdraiato sul divano. le sparizioni improvvise di tom non mi preoccupano più. mi piacerebbe dirgli che questa casa non è un albergo, ma se potesse mi risponderebbe con una pernacchia.

ripreso il libro sulla cerimonia del tè mi sono immerso nelle regole di questo rituale millenario e alla fine addormentato.

non mi sono accorto che tom era ritornato e accoccolato sulla mia pancia. ho sentito il suo calore espandersi per tutto il mio corpo come una forma di energia sconosciuta. ho visto il mio organismo risplendere di una luce aliena, i mie vasi sanguigni brillare e le sinapsi del cervello pulsare. come in un sogno, mi sono visto dall’alto. fluttuavo leggero ed ero felice. non provavo vertigine e mi sentivo leggere e libero: il distacco dal mio corpo mi aveva contagiato inebriandomi di felicità.

quando mi sono svegliato ho visto tom addormentato mentre l’eco del sogno era ancora vivo dentro di me. ho sfiorato il suo dorso sentendo le punte dei suoi aghi fare solletico al palmo della mia mano. con attenzione l’ho preso e messo a terra dove si è svegliato.

dai andiamo in cuccia.

mi sono incamminato verso il letto dove mi sono lasciato cadere sopra come un sacco di patate.

l’ultimo pensiero che ho avuto prima di addormentarmi è stato: ma i ricci magici sognano di pecore magiche?

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buonasera amici lettori del mio blog.

sarebbe mio immenso piacere se poteste prendere qualche minuto del vostro tempo per andare a visitare il seguente blog.

https://sottoilcielosolonoi.wordpress.com/

troverete un libro in fase di costruzione in collaborazione con paola, la proprietaria del blog https://willywonkasblog.wordpress.com/

essendo un lavoro a quattro mani strutturato in due filoni narrativi troverete due storie che si intrecciano tra di loro, suddivise equamente in capitoli numerati in senso cronologico.

alla base di questa collaborazione c’è la voglia di scrivere e la curiosità di vedere dove le nostre fantasie ci porteranno.

spero, speriamo, che la nostra scrittura sia per voi piacevole e interessante. noi ce la mettiamo tutta.

buona lettura

vit

 

the godfather of soul

in pausa pranzo mi piace girare su youtube alla ricerca di perle musicali. ve ne lascio una che non conoscevo.

siamo nel 1971,

l’italia vive ancora dei proventi del boom economico

l’italia che comincia a capire l’importanza delle conseguenze della lotta di classe.

l’italia in bianco e nero

l’italia democristiana

l’italia del carosello.

tanto di cappello a chi decise quel giorno di mandare in onda 15 minuti di musica “diversa”

 

riprendo in mano un vecchio discorso

punto di riflessione: perché scrivo in un blog?

sono ormai più di quindici anni che ho un blog aperto da qualche parte. la maggior parte di ciò che ho scritto è andata persa durante i vari trasferimenti e chiusure di siti. se da un lato mi dispiace dall’altro sono contento perché la scomparsa delle mie parole e dei miei pensieri dà a loro un carattere di esclusività che solo le persone che le hanno lette hanno potuto avere.

ho scritto a più riprese, intervallando momenti di massima produzione ad altri di risicato impegno. ogni fase della mia vita si è rispecchiata in ciò che ho messo su carta: dall’euforia di una scoperta alla delusione di una assenza. ho creato una margherita in cui ogni petalo ha assunto una tinta diversa da tutte le altre, attingendo alle risorse infinite del mondo dei colori.

dopo una pausa di più di un anno ho ripreso a scrivere l’anno scorso. ho scelto di riprendere a digitare le mie sensazioni sulla tastiera per trovare una sorta di terapia alla depressione che mi aveva assalito, la famosa “cagna”.

alla sera, prima di andare a dormire, avevo trovato il momento migliore per scrivere: la luce soffusa della lampada sulla scrivania, la musica in sottofondo, il vociare che saliva dalla strada. mi sembrava di essere immerso in un altro mondo, al di sotto della superficie, dove poter contare su me stesso non era un problema. scrivevo e scrivo per me stesso, consapevole di essere letto e commentato da altre persone con cui, in alcuni casi, ho intrecciato discussioni interessanti. e con altre ho avuto solo delusioni.

ed ecco la risposta alla domanda iniziale: quando scrivo rimango fedele a me stesso.

festa dell’indipendenza

ho capito tutto stamattina quando mi sono alzato: stanco e assonnato, rigido nei movimenti. non ce n’era per niente. i primi buoni propositi di questo martedi mattina di festa se ne sono andati. sono uscito sul balcone a guardare fuori come faceva: freddo e umido. le mie velleità di andare a fare due passi di corsa sono spariti all’istante. non sono in condizioni così forti da autoimpormi la disciplina dell’atleta ad ogni costo.

la debolezza nel fisico è accompagnata da quella della mente. manca la volontà di ferro in grado di portati oltre l’inizio della sofferenza. si, oggi correre sarebbe stato come soffrire. attenderò momenti migliori. salterò, con un po’ di dispiacere, la gara di domenica prossima. non intendo farla se non ho un minimo di preparazione nelle gambe.

intanto proseguo a riflettere su questa innaturale voglia i solitudine che è nata in me. no, è sbagliato dire solitudine, preferisco dire indipendenza. sto scoprendo che ce la posso fare a non pensare: che bello poter fare questo assieme ad una altra persona. cambio epocale vero e proprio. comincerò a preoccuparmi meno degli latri, ad affrontare gite o visite senza pianificare, smetto di rincorrere le persone che si allontanano da me. è come se qualcosa dentro di me alla fine si sia rotto per usura. sarà una coincidenza, ma questo periodo di malessere fisico mi sembra sia correlato a ciò che sta avvenendo.

smettere di pensare al plurale e passare al singolare. ad esempio arcadia è grande, in due ci si starebbe comodi ed è stata pensata per due persone. ora la vedo in forma diversa: da solo ho spazio e posso usufruirne come mi piace. non più senso di assenza ma spazialità aggiunta. rientro a casa e trovo il silenzio. lo riempio con la musica, alzo le tapparelle, apro gli infissi: arcadia prende vita ed io con lei.

in uno dei mei vari profili in rete ho scritto che con me occorre avere pazienza e costanza: non accetto la fretta nelle relazioni sociali. a maggior ragione adesso

quando una domenica in gita diventa una riflessione sulla felicità e sull’amicizia

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gita al lago maggiore. decisa sabato sera a cena da amici. dove andiamo? ci siamo chiesti. mare? no, troppe code. montagna? erano già andati a pasquetta. allora al lago.

decisione presa all’unanimità: cinque mani che si sono sollevate nell’aria, tipo plebiscito da parlamento bulgaro.

ero stato in quei posti da bambino, con le elementari. non ricordavo più niente, tranne che le isole, le isole borromee, e i traghetti che tagliano il lago andando avanti e indietro. lo ricamano con le loro scie bianche, come se fosse un arazzo medievale.

dall’alto la vista è da togliere il fiato: la vastità del blu che si confronta con il verde delle colline e sullo sfondo il bianco delle montagne ancora innevate. siamo in zona di confine: italia e svizzera si influenzano nella cura dei giardini e nello stile delle case; piemonte e lombardia si disputano l’accento regionale nei discorsi dei lago maggiorensi. la francia fa capolino ogni tanto lungo le linee architettoniche degli hotel sul fronte lago.

fa bello, c’è un sole bello caldo e c’è anche un bel vento, che all’ombra fa rabbrividire.IMG_5914.jpgmente due di noi vanno a correre, in tre adiamo a fare i biglietti dei traghetti, a cercare un ristorante, a guardare i negozi del centro storico e a prendere un bicchiere di bianco al sole mentre stuzzichiamo lo stomaco prendendo delle tartine da un tagliere.

dopo pranzo prendiamo i traghetti per le isole. è bello sentirsi portare in giro e trovarsi in mezzo all’acqua che non sa di sale. gli spruzzi arrivano sul volto e macchiano le lenti degli occhiali. non importa: lascio che arrivino e sorrido chiudendo gli occhi. invidio che ha i capelli lunghi, che in quel momento sferzerebbero contro il viso, tipo eroe maledetto in un fumetto.

le isole sono belle, piene di turisti da non crederci. si mangia in ogni angolo e a tutte le ore. l’industria del turismo in questi giorni ha fato il pienone. troviamo un pezzo di prato libero e ci sediamo a fare fotografie a noi stessi sdraiati a terra. sullo sfondo la villa di isola bella.

arriviamo sull’isola che è tardi e non possiamo visitare i suoi giardini. lo faremo un’altra volta. il lago non andrà via come fanno i circhi lungo il loro percorso. ci ritorneremo con una visita mirata. almeno questo è il proponimento.

seduti sulla battigia guardo i quattro amici che prendono il sole mentre aspettiamo il traghetto. provo n pò di malinconia per il fatto che stanotte non saranno soli e potranno raccontarsi la stessa giornata ognuno dal proprio punto di vista.

faccio foto e cerco di non pensarci: oggi la malinconia non deve prendere piede dentro di me. domani si, ma non oggi.

al ritorno in macchina dormono tutti, tranne il leprotto e il sottoscritto. sono ormai anni che si è formata questa coppia guidatore – passeggero. spariamo battute o parliamo di cose serie. non importa l’argomento. il tempo vola e la collina di torino si sporge con le sue luci dall’orizzonte. gli altri tre dormono beati, stanchi della giornata e narcotizzati dal riscaldamento della macchina.

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oggi sarà un giorno di riposo. lascio le velleità sportive per domani mattina. ho la spesa da afre e oggi pomeriggio vorrei fare qualcosa per me: un giro in un museo o un film.

pensavo al suggerimento di lancia libera di qualche tempo fa: ci sono momenti in cui la felicità dei nostri amici è meglio che rimanga non condivisa, che se la tengano per loro, perchè pur con tutto il bene che possiamo provare non è facile da sopportare.

sol levante

e venne il sabato mattina.

finalmente dopo giorni di debolezza mi sono svegliato in forma. che bello sentire le gambe che reggono e la schiena stare dritta senza fatica.

un caffè con biscotti e via a compilare la dichiarazione dei redditi. un lavoro in meno da fare.

sul computer la musica degli ska-p che m da allegria.

tra poco esco a fare una passeggiata al parco, al sole. sento il bisogno di uscire e di respirare, di sentire l’aria sulla pelle e di vedere gente colorata attorno a me.

ho sognato un sogno dolce, bello, che mi ha fatto bene. ci voleva. dolce ma non zuccheroso, che non mi piace.

per il pomeriggio mi regalo un giro in centro in mezzo ai turisti e un cinema, spettacolo pomeridiano. poi vedrò se continuare la tradizione del kebab in via pomba o andare da un’altra parte.

lascerò decidere alle mie scarpe.

la novità di ieri è stata l’idea di iscrivermi al corso base di giapponese all’università popolare. sono tutti corsi serali, per cui comodi. ci posso andare senza dover fare di fretta. c’è posto anche per un secondo corso che posso decidere anche all’ultimo. magari storia della filosofia greca, se gli orari saranno compatibili.

dopo aver letto tanti libri di scrittori nipponici, come murakami e yoshimoto, e aver imparato qualcosa sulla loro cultura, mi aspetto che studiare la loro lingua aggiunga qualcosa al quadro che mi sono fatto di questo popolo. be’ ammetto anche che guardo i manga su netflix, quelli belli però

arigatò