rimoldi e la busta

Dopo che furono giunti in questura, il commissario Rimoldi diede disposizioni all’appuntato Tedeschi di portare la bottiglietta trovata sul margine del Po al laboratorio della scientifica.
“Massima urgenza, ricordaglielo.”
“Si, commissario”, disse Tedeschi che si avviò veloce.
Rimoldi si accasciò sulla poltrona dietro la sua scrivania e prese a fissare l’orologio appeso sopra la porta. Il pranzo l’aveva saltato e non sentiva comunque fame. Si ricordò che aveva detto ad Ornella che l’avrebbe chiamata. Presi il cellulare e compose il numero. Attese un minuto abbondante in attesa che Ornella rispondesse. Chiuse la comunicazione e le scrisse un messaggio breve, giusto per dirle che l’aveva chiamata e che sarebbe rimasto in attesa di sentirla.
C’erano giorni, specialmente gli ultimi, che l’assenza di Ornella si faceva pesante. Non la vedeva da tre giorni, dall’ultimo suo viaggio a Milano per andare a cena da lei. i quasi dieci anni di età di differenza tra loro non erano un problema. Rimoldi non avrebbe mai immaginato che passati i quaranta si sarebbe ritrovato a fare avanti e indietro tra due città per stare assieme ad una donna più giovane. in fondo, si dicevano, l’amore è come un sentiero dorato che ti porta a vivere momenti che non avresti mai immaginato prima. con il beneplacito delle autostrade italiane, ovviamente.
Il suono del telefono sulla scrivania lo riscosse dai suoi pensieri.
“Pronto?”
“Portineria , commissario. E’ arrivata una busta er lei. LA porto su?”
“No, grazie, scendo a prenderla.”
“L’aspetto, commissario.”
Si alzò e uscì dall’ufficio passando davanti alla macchinetta del caffè. Due brigadieri stavano parlando in tono sommesso. Gli sembrò che lo stessero osservando.
Irritato con se stesso, scese al piano terra e andò in portineria dove prese la busta. al suo interno trovò un biglietto familiare: un rettangolo blu con una croce rossa che univa gli angoli. era il segnale convenuto con il gufo che aveva qualche notizia da dargli.
senza chiamare tedeschi uscì dal portone della questura e prese la macchina di ordinanza. guidò veloce al luogo dell’appuntamento, all’interno di un capannone in disuso nella zona delle officine di riparazione ferroviarie. parcheggiò lontano, in modo da non essere visto e si incamminò.
il vento del pomeriggio sollevava i lembi del trench. mise le mani nelle tasche per tenerlo fermo e incollato al corpo. il bavero sollevato.
fece due volte il giro per sicurezza e si decise ad entrare nel capannone numero 23. la porta di acciaio cigolò e dovette trattenerla per evitare che il vento la sbattesse sui cardini. il rumore del vento riempiva l’alto spazio del capannone. in alto a sinistra una scala di metallo conduceva ad una balconata ormai arrugginita. di solito il gufo lo aspettava li, seduto sui gradini.
sulla scala il gufo non c’era. rimoldi guardò attorno a sè pensando che il gufo questa volta fosse in ritardo. sentendo il freddo salire lungo le gambe, rimoldi si mise a camminare. qualcosa non gli tornava e per sicurezza mise la mano sul calcio della pistola che aveva comunque lasciato nella fondina.
un rumore alla sua destra lo fece scattare: era un piccione che cercava riparo.
poi lo vide. in un angolo una figura inginocchiata con il viso rivolto verso il muro. la zona era in ombra. rimoldi si avvicinò piano, pistola in mano e canna rivolta verso il basso.
il cuore gli batteva forte. istintivamente cominciò a penare “no! no!” quei capelli neri e lunghi li conosceva bene.

Buongiorno