appunti di notte

è da tanto tempo che non scrivo più di notte prima di mettermi a letto. non so se l’ho fatto volutamente o è andata così, per caso. stasera mentre ero sdraiato sul divano blu ho pensato che mi sarebbe piaciuto scrivere. finito di vedere la pallavolo mi sono alzato e ho acceso il computer in camera da letto.

in questo momento mi fanno compagnia i guns and roses. sweet child of mine, un pezzo che ho suonato e che vorrei suonare di nuovo. già, forse tra un paio di settimane suono di nuovo. anche con il gruppo, come con la scrittura notturna, c’è stato un periodo di pausa. speriamo che questa volta ci siano tutti e torniamo ad occupare per due ore la sala prove.

oggi pensavo a questo stato di serenità interiore che mi è arrivato così all’improvviso. non che le mie ansie siano sparite, ci mancherebbe. è come se uno strato di marmellata ai mirtilli si fosse posato sopra al mio lato tribolato e in qualche modo lo abbia messo a dormire. so che è tutto lì in attesa di uscire e mi aspetto che prima o poi accada. ora, però, sento che la tranquillità interiore c’è ed è presente. me la tengo stretta, come un ancora di salvezza o un paracadute.

credo che tutto sia iniziato con il sogno che ho fatto qualche notte fa. quello della villa con piscina e della padrona di casa con cui ho giocato a carte. un sogno che ancora adesso ricordo con precisione. sapete quando trovate la tessera del puzzle che completa una figura? ecco, è successo questo. il sogno è come quella tessera. in qualche strano modo ha messo a posto qualcosa dentro di regalandomi un benessere che mi mancava da tempo.

quel tempo che è trascorso tra alti e bassi. dove mi svegliavo di notte a fumare sul balcone. dove dormivo sul divano incapace di accettare la vastità del letto. dove mi facevo tate domande senza risposte. dove mi sentivo solo e disamato.

ok. ora è tutto alle spalle. ora e adesso sono qua scrivere e confessare a me stesso che il mondo gira ancora attorno al sole e che domani sarò in ferie forzate per il terzo venerdi consecutivo. qualcuno penserà che è una figata. lo è, se fossero davvero ferie e non un modo per scolorire i conti in rosso aziendali.

ho creato un mondo attorno a me fatto ricci magici, di commissari burberi, di investigatrici del futuro. un mondo dove ho dato forma ai miei sentimenti e ai miei pensieri all’interno di una casa che è un mondo a parte. questo è il mondo che mi appartiene e che un giorno dividerò con chi lo capirà e lo accetterà con il cuore in mano. il mio è qui, pronto da essere colmato d’amore fino a farlo traboccare.

buonanotte

 

Il commissario Rimoldi e la signora Porrovecchio

Quando Rimoldi e Tedeschi arrivarono all’indirizzo riportato sul verbale in corso Casale ebbero qualche difficoltà a trovare il portone di ingresso. Anziché essere sul corso, il cancello di accesso alla villetta si trovava di lato, all’interno di una rientranza del muro di cinta che lo nascondeva alla vista.

Rimoldi trovò strano questo accorgimento che in realtà non otteneva nessun risultato. Pensò che i costruttori o i proprietari della villetta ci tenessero a dimostrare la loro volontà di rimanere tranquilli.

Tedeschi suonò all’unico campanello anonimo che trovò. Il cancello si aprì senza particolari difficoltà e i due si incamminarono lungo il viale alberato. Rimoldi alzò gli occhi per osservare la cima dei pioppi che come dei soldati allineati disegnavano il breve cammino verso l’ingresso vero  e proprio della villetta. Attorno a loro regnava il verde. Notò la cura con cui l’erba del prato era tosata e l’assenza di una foglia che fosse una. “spenderanno una fortuna di giardiniere” disse a Tedeschi, il quale annuì in silenzio.

L’appuntato bussò al portoncino della villetta e attese. Rimoldi intanto osservava come anche il muro esterno della casa fosse in ottime condizioni. Soprattutto la parte del sottotetto, un piano sopra di loro. Senza sapere perché non si sentiva del tutto tranquillo. Il traffico del corso era attutito dalle piante al punto da sembrare un rumore del tutto alieno e fuori luogo.

Il portoncino si aprì con uno scatto metallico e il viso di Matilde Porrovecchio si sporse ad osservare i due poliziotti.

“Entrate, vi aspettavo.”

Rimoldi ringraziò ed entrò seguito da Tedeschi.

“Sono il commissario Rimoldi e lui è l’appuntato Tedeschi.”

“Matilde Porrovecchio, piacere”

“Se volete seguirmi ci accomodiamo in salotto. Faccio strada.”

La Porrovecchio era una donna dai capelli bianchi, vestita con un tailleur ocra. Collana di perle al collo e scarpe con tacco e fiocchetto sulla punta. Se Rimoldi si attendeva la classica anziana con golfino e ciabatte era stato scontentato.

“Prego. Ho fatto anche del caffè se lo gradite.”

“La ringrazio ma siamo a posto così” disse Rimoldi.

“Anche lei appuntato?” chiese la Porrovecchio

Tedeschi, sempre laconico, annuì con il capo.

“Va bene, allora”

Rimoldi prese la parola. “Signora Porrovecchio siamo qui perché ieri ha denunciato la scomparsa di Adriana Marra che è avvenuta una settimana fa. Secondo noi la Marra è la donna che è stata ritrovata cadavere sotto il ponte dei Murazzi esattamente sette giorni  fa.”

La Porrovecchio guardò il commissario che era seduto sul divano di fronte a lei. “Ricordo di avere letto la notizia sul giornale. Ma on ci ho fatto caso. Sa, ogni giorno ci sono cattive notizie…”

“Vede signora Porroveccho, la fotografia del volto della Marra che ha lasciato all’agente che ha raccolto la sua denuncia è identica a quella del cadavere che abbiamo trovato. Però prima di portarla con noi per un riconoscimento ufficiale del corpo ha qualche altra informazione da darci? Un particolare che non ha descritto?”

“Mi lasci pensare… si, Adriana aveva un tatuaggio. Un asterisco tatuato sul polso destro.”

Rimoldi che conosceva a memoria il referto dell’autopsia sorrise, ma lasciò che Tedeschi aprisse il plico con i documenti e confermasse. “Si, commissario. Il corpo ritrovato ha un tatuaggio a forma di asterisco sul polso destro.”

“Bene. Signora Porrovecchio chi era Adriana?” chiese Rimoldi.

La Porrovecchio attese qualche secondo prima di rispondere.

“Non lo so.” Rispose.

Calcetto detto anche calcio a cinque

 

Il mio collega mi dice prima di uscire dall’ufficio: parcheggia dove ti ho detto e attraversa la cancellata di fronte. Cerca il campo coperto e noi siamo lì a giocare.
D’accordo.
Arrivo al parcheggio, passo la cancellata e non vedo la copertura che mi ha detto. Oddio, avrò sbagliato centro sportivo? Per fortuna no. Alla mia destra vedo i colleghi che stanno giocando. Si vede che la copertura è stata tolta visto che alla sera fa ancora caldo.
Poco importa. Entro in campo e mi siedo tra le due panchine a guardare la partita. Siamo sul 2 a 1 per gli avversari, colleghi di un’altra divisione aziendale. In pochi minuti il punteggio sale fino al 5 a 1. Una débâcle annunciata.
Sarò io a portare sfiga? Mi chiedo. Non credo. A queste cose non c credo. E di sfiga me ne intendo ( ah ah ah).
IMG_7707.jpgSecondo tempo. Qualcosa è cambiato. Sarà che i mie colleghi cominciano a capirsi in campo; sarà che gli avversari hanno la lingua di fuori dalla fatica; sarà che la palla è rotonda. Comincia la rimonta. I gol arrivano a raffica. Azione dopo azione. Il bello del gruppo sbaglia un gol a porta vuota e si mangia le mani. L’attaccante per rifiatare va in porta e salva una cannonata diretta all’incrocio dei pali.
Forse, forse…
Mancano cinque minuti alla fine della partita. Il risultato è in bilico. In campo hanno perso il conto del risultato. L’unica cosa certa è che siamo in vantaggio di un gol. Al difensore centrale viene in mente l’idea di fare melina. Comincia il tiki-taka stile Barcellona. Scelta coraggiosa e ardita. Dal gioco d’attacca si passa al classico contropiede all’italiana.
Rubiamo palla a centrocampo e partono in due. Dai.. passa… libero.. tira.. cazzo! Traversa piena.
Guardo l’ora e vedo che manca solo un minuto. L’ultimo. L’ultima azione degli avversari si chiude con un tiro a lato della porta e l’incontro finisce.
Ci si dà la mano, ci si abbraccia e tutti vanno in doccia. C’è chi zoppica e c’è chi non è manco sudato. C’è chi è contento e chi ha le palle che girano. Un avversario si tocca l’inguine: ha preso una pallonata pochi minuti prima ed ha ancora male. Come ha scritto Joele Dix, fare sport fa male.
Mentre aspetto i soci per andare a mangiare qualcosa, mi siedo su una panchina e guardo la partita successiva. Mi viene anche voglia di pensare che potrei giocare una delle prossime volte. In porta, che è sempre stato il mio ruolo sin dalle partite ai giardinetti sotto casa.

IMG_7725.jpg
A mangiare siamo in tre. Ci sediamo in un locale in stile America anni ’50. Hamburger e patatine a riempire lo stomaco; resoconto della vittoria a rincuorare l’anima. Un brindisi con una birra media e via ad addentare il paninazzo.