celebrity skin

Giovedì 22 dicembre, sera

non so perché ma oggi pomeriggio mentre ero sul pulmann di ritorno dal dentista mi è venuto in mente nello doris.

Chi è nello doris? Quell’uomo elegante dalla faccia rubiconda e il sorriso affabile che in televisione anni fa faceva pubblicità per mediolanum. Per confermare la veridicità delle sue parole disegnava un cerchio nella sabbia con lui al centro.

Ora la stessa pubblicità la fa il figlio. Stesso sorriso, stesso vestito ma di una taglia in meno, stesse parole e stesso cerchio nella sabbia.

In poche parole la stessa presa per il culo.

Quindi è vero quando si dice tale padre, tale figlio.

Ho spostato la mente da questo triste ricordo ad una riflessione su come io e mio padre non ci assomigliamo per niente.

Lui ha fatto il tipografo e io sono un perito elettronico. Non conta il atto che il mio lavoro c’entra con l’elettronica come la nutella alle acciughe

se mio papà fosse stato un fabbro di sicuro io avrei fatto il tappezziere.

Avrei guadagnato di più, mi sa.

Mi è rimasta in mente l’immagine del cerchio con la persona in centro. Cosa rappresenta quel cerchio? Una protezione? Un confine? Un mondo tutto mio?

Oggi lo interpreto con il concetto della giusta distanza. Che sarebbe in pratica la capacità di interagire con le persone che ci circondano senza essere invasivi né essere troppo superficiali

lo scopo ultimo è dupice: non rimanere delusi e mantenere la propria individualità.

Lo pensavo in questi giorni di cambiamento interiore. Quello che cerco è di avere la padronanza della giusta distanza. Non essere riflesso della personalità altrui, così da poter gestire le mie emozioni e le mie ansie senza ferire la mia autostima

credetemi, non mi è facile. Essere un libro aperto ti porta a lasciare che il vento smuova le pagine con effetti a volte dolorosi.

Sono convinto che questa è la via da seguire con impegno e convinzione, senza perdermi d’animo nonostante abbia sbattuto il muso più volte negli ultimi tempi.

Do it again Vit

niente parole

Giovedi 22 dicembre, notte.

Il giorno del mio compleanno è terminato minuti fa, allo scoccare della mezzanotte. I 52 anni sono entrati ufficialmente a fare parte della mia vita.

Cosa ho fatto in questo giorno unico? Ho dedicato il più possibile del tempo a me stesso. Questo è stato il regalo che oggi, cioè ieri, mi sono fatto. Ed è stato un bel regalo.

Quello vero di regalo lo comprerò venerdi n quel di milano, dopo aver fatto il giro mostre che ho in mente.

Potrebbe anche capitare di non essere solo; ma è un’altra questione che si vedrà a suo tempo.

La parte più bella della giornata è stata dopo il lavoro, quando in effetti ho festeggiato per davvero e in ottima compagnia.

Sushi fatto portare a casa con birra a dissetarci tanto per iniziare.

Poi il cabaret a farci due risate. Ma che dico due risate? Ho riso per due ore di fila. Abbiamo riso alle battute e alle gag dei comici che sul palco provavano i loro numeri. Il nostro tavolo era prorpio li sotto, a mezzo metro di distanza, da dove abbiamo potuto osservare ogni minimo dettaglio delle performance.

Anche quella del prestigiatore che tagliava e allungava corde senza farci capire il trucco nonostante i nostri occhi non lo perdessero per un attimo. Se ci fossimo riusciti non sarebbe stato un mago, no?

Lo show finisce con una canzone cantata dal presentatore. Parla di amore, di un’amore che arriva all’improvviso e inaspettato. Come l’amore fa spesso prendendoti di sorpresa e lasciandoti senza parole. La mia avversione per la canzone melodica italiana, in stile saaremo tanto per dire, è svanita ascoltando il testo e la melodia: parole semplici accompagnate da una musica di facile ascolto. Mi sono sporto in avanti per cogliere il più possibile l’emozione che il cantante e presentatore dello spettacolo mi trasmetteva. Non è da me questo comportamento e ne sono rimasto sorpreso. Però chi se ne frega: per una volta una canone d’amore è entrata dalla porta princilpale dell’anima.

Usciamo contenti della serata. Io sono contento del mio compleanno. Ancora un giorno di lavoro e iniziano le vacanze di natale. Posso chiedere di più? No, non esageriamo.

rogue 52

Mercoledi 21 dicembre, notte

la magia del cinema fa si che quattro adulti si trasformino in ragazzi attaccati alle loro poltrone a vedere un film spettacolare della serie di guerre stellari.

Gli ingredienti giusti ci sono tutti: astronavi, spade laser, robot, battaglie nello spazio, scontri a fuoco, atti di eroismo e sacrifici in nome della forza.

Dopo una giornata pesante e triste non c’era niente di meglio che vivere un’avventura di due ore e sentirsi un cavaliere jedi o un guerriero spaziale votato alla causa comune.

Per due ore non ho pensato ai miei malumori e alle mie sfide interiori personali. Ipnotizzato come ero non potevo che entrare nello schermo e rabbrividire ad ogni cabrata di astronave e restare col fiato sospeso in ogni momento topico della storia.

Storia basata sul concetto della speranza che, come l’amore, può ribaltare una sconfitta in una vittoria.

Ma come in tutte le conquiste c’è sempre un prezzo da pagare, minimo o massimo che sia. Nulla è gratuito a questo mondo e lo vediamo ogni giorno accadere accanto a noi. L’obiettivo è di andare avanti sempre, costi quel che costi.

Bisogna lasciarsi alle spalle il passato, non pensarci più e se necessario farsene una ragione: è così che doveva andare. Sarà il tempo ad emanare il suo verdetto.

Il tempo che oggi mi ha portato al compleanno che ho festeggiato per strada guardando l’orologio del cruscotto girare la boa della mezzanotte.

Tanti auguri vit. Fin qui sei arrivato e devi solo continuare cosi come sei. Perchè sei unico; perché sei prezioso; perché sei te stesso sempre…. nel bene e nel male.

Because the night…

rain man

Martedì 20 dicembre, pomeriggio

oggi mi sento così.

un uomo che cammina nella pioggia. il cappello a tesa larga a ripararlo dalle gocce che scendono lungo l’impermeabile. la mano destra infilata nella tasca e la sinistra con la sigaretta accesa tra le dita.

cammino lento, attento a non mettere i piedi in una pozzanghera. ogni tanto aspiro il fumo e  lo soffio fuori dai polmoni guardando i disegni che forma nell’aria.

la luce di un lampione proietta la mia ombra alle mie spalle e poi di fronte quando lo supero. si allunga fino a sparire quando la luce diventa debole e distante.

dove vado non lo so; lo scoprirò più avanti quando incontrerò una deviazione o un portone dove ripararmi

smells like teen spirit

Lunedì 19 dicembre, notte.

Perché scrivo un blog? Spesso me lo chiedo e cerco la risposta dentro di me. Sabato al cinema ho trovato una possibile risposta tramite l’affermazione che il protagonista fa rispondendo alla domanda: perché scrivi?

Perché in questo modo fermo le cose che avvengono attorno a me, per non perderle.

Io scrivo per riviverle e per capire meglio le sensazioni che ho provato. Voglio condividere i miei pensieri non per narcisismo ma per avere un’opinione che mi aiuti a capire meglio me stesso attraverso le mie reazioni.

Scrivo, quindi di ciò che faccio o penso.

Tutto qua.

Appena entro in casa la prima cosa che faccio e accendere la musica. Ma penso di averlo già scritto. Riempio la casa di musica perché di spazio ce n’è tanto. Una casa pensata per due persone che è vissuta da una. Almeno per ora.

Arcadia per me è accogliente, creata a mia immagine. Qualcuno l’ha definita una casa non vissuta. Peccato che invece è all’opposto. È un rifugio dove mi sento sicuro al riparo dalle distorsioni del mondo fuori. E se dal bar sotto casa ogni tanto arrivano delle urla va bene lo stesso. Anzi, mi fanno sorridere perché è la terapia contro il silenzio della notte. Quello pesante come un film svedese in bianco e nero.

Oggi ho camminato sotto la neve. Sono sceso dal tram una fermata prima apposta per sentire i fiocchi gelidi sulle guance. Gli occhiali si sono riempiti ma chi sene frega. Volevo provare questa sensazione sulla pelle e l’ho fatto.

La metro sarà comoda ma sei sottoterra e ti perdi qualcosa- a milano, nell’ultimo giro che ho fatto ho preso i tram apposta.

Ma ho già scritto anche di questo e non voglio ripetermi.

Tra un minuto è mezzanotte. Ora di mettersi a letto e cercare il sonno che da qualche parte si è imboscato.

gospel against the machine

Lunedi 19 dicembre, mattina

Ieri sera mi sono addormentato nella repubblica del divano mentre guardavo il basket sul computer. Non ce l’ho fatta a stare su: crollato come una pera cotta, sono solo riuscito a trascinarmi nel letto a fatica. Eppure una volta vorrei dormire tutta la notte in questa giovane repubblica, così per vedere come si sta di notte. A me pare che sia un posto tranquillo.

la gara di domenica è andata bene, meglio del previsto. Come al solito la voglia di correre non c’era visto che si era sottozero. Il clima festaiolo mi deprime e solo quando ho sentito lo sparo dello start qualcosa si è mosso dentro. Assieme a marco, che correva piano per via di un infortunio, mi sono lanciato sul percorso tortuoso che ricorda un serpente gigante che si muove lento e sinuoso attorno al complesso industriale e le sue colonne che puntano al cielo come razzi sovietici degli anni 50.

Brunch a fine gara. Ora ci siamo: si mangia e si beve. Ci raduniamo tutti attorno ad una panchina imbandita alla meglio e festeggiamo assieme la fine delle gare di quest’anno e soprattutto l’inizio di un meritato periodo di riposo. Foto di rito con dito medio alzato per gli assenti e andiamo a casa. Lady pink mi da un passaggio. O meglio, mi fa guidare la sua macchina mentre lei si gode il sole sul sedile del passeggero. Mi sento bene, rilassato.

Pomeriggio incentro a prendere freddo ai piedi e a scaldare l’anima ascoltando il coro gospel che si esibisce sul palco per beneficienza. Mi posiziono sotto il palco, dove posso vedere bene i cantanti e leggere sul loro viso il piacere del cantare, del sentirsi allo stesso tempo uno e molti. Avevo sentito questo coro in estate e non mi aveva colpito come ieri pomeriggio. Sarà stato il momento, l’atmosfera della piazza col sole che scende dietro i tetti centenari, ma dentro di me vibrava qualcosa al punto che un paio di volte ho sentito gli occhi diventare umidi per l’emozione. Di certo non era l’aria fredda.

Alla fermata del tram metto le cuffiette. Dopo una overdose di spiritual e soul ci vuole qualcosa di opposto. Rage against the machine, con il loro sound pesante è quello che ci vuole. Sento che nel sangue gli zuccheri scendono ed è una bella sensazione, energetica. Con buona pace dello spirito natalizio.